A distanza di qualche puntata, un aggiornamento sul programma di Rai Due è opportuno.
Ieri sera, martedì 6 maggio, è andata in onda la nona puntata: è piuttosto singolare dover constatare che si alternano puntate sì e puntate no, senza logica, apparentemente. Di solito nei programmi dove si cimentano talenti, per giunta dal vivo (in diretta), col passare del tempo lo spettacolo in generale migliora, matura. A “X Factor” questo non accade: quella di ieri ad esempio è stata una puntata deludente, in tono minore. I meccanismi, piuttosto ripetitivi, funzionano, sono gestiti bene, anche se lo show alla fine risulta troppo lungo, noiosetto. Artisticamente invece è stata una delusione: concorrenti non al meglio delle loro possibilità, brani discutibili, alcuni arrangiamenti riusciti, altri no. Cresce costantemente il confronto/scontro fra i tre giudici/capi squadra (fa parte del gioco), che spesso forniscono ai concorrenti e al pubblico televisivo dei non-giudizi. Non è che tutto ad un tratto con l’avvento di questo programma ci si aspettasse “la verità”, persino i cosiddetti reality in tv rappresentano la realtà, non sono la realtà, per cui è inutile pretendere l’impossibile proprio da “X Factor”. Nella situazione attuale va considerato attentamente un fatto: la condizione della musica sta declinando, per una lunga serie di motivi, e oggi realizzare un talent show musicale comporta maggiori responsabilità di un tempo. Non si deve assolutamente rischiare di diseducare il pubblico al giudizio, bisogna essere chiari e corretti, non tacere la realtà, non essere approssimativi, è necessario far capire cos’è bello, cos’è brutto, pena la morte. Anche gli artisti finiscono col farsi delle strane idee se giudicati approssimativamente e secondo me questo è quello che sta succedendo a “X Factor”. Loredana Berté, ospite ieri sera, diceva: “Paura!”, commentando la bravura dei concorrenti, chiedendo dov’erano stati rinchiusi fino adesso. È pieno il mondo di gente che canta, che compone, che vorrebbe fare tutte e due le cose. Dove stanno?
Dappertutto! In teoria, basta aprir loro la porta, dargli spazio e saper scegliere, indirizzando per il meglio. Forse Berté si chiede com’è che ci sono potenziali artisti che non hanno spazio… e questo è un altro problema, che affonda le sue radici molto lontano, nella mancanza di cultura e in tante altre brutte cose che caratterizzano certi ambienti italiani, oppure l’Italia tout court degli ultimi 40 anni.
Completerei notando che la star nei programmi tv non è più il protagonista, il conduttore, l’artista ospite, ecc.: la star è il programma stesso! Contano (relativamente) poco Simona Ventura, Morgan, Mara Maionchi, figurarsi i concorrenti! Giorgia, Berté… nulla. La vera star è “X Factor”.
Detto questo, ci sono anche lati positivi e interessanti. “X Factor” ha portato i concorrenti in giro, li ha fatti ospitare nelle radio, alcuni sono stati ospiti al Blue Note di Milano, dove si sono esibiti dal vivo, tutti passi sacrosanti per cercare di far crescere un artista attraverso l’esperienza. Molto bene.
Quando però gli artisti che vediamo in tv non cantano più cover famose, ma brani originali, allora spesso casca l’asino: non c’è repertorio originale di qualità, sono solo state esibite qualità vocali, interpretative, ma compositivamente è un disastro. Se uno dei concorrenti dovesse uscire con successo dalla tv per tentare la carriera, con quale repertorio lo farebbe? Ci hanno saziato di cover, è evidente il motivo (favorire il confronto su brani noti), non sappiamo quasi nulla di cosa scrivono i nuovi talenti, ma sul fronte compositivo “X Factor” non ha fatto niente. E in Italia ormai quasi tutti compongono per se stessi, tranne eccezioni che confermano la regola. Chi fornisce repertorio originale di qualità? Esistono ancora gli interpreti puri? Ci sarebbe lo spazio per un nuovo Morandi oggi? Senza dimenticare che per diventare autori/compositori maturi ed efficaci ce ne vuole! Altro che 12 puntate!!!
Onore a Rai Due, che correndo dei bei rischi sta cercando di affermare una linea musicale della rete, mentre nessun altro soggetto tv generalista lo fa. Molto probabilmente i recenti risultati elettorali finiranno per rafforzare la volontà del direttore Marano, che dovrà comunque fare i conti coi numeri, a meno che i numeri per una volta abbiano meno importanza. Per far crescere una linea, per poterla affermare definitivamente, bisogna avere il coraggio e la forza di portarla avanti anche contro numeri sfavorevoli (in termini di audience), ci vuole tempo, ci vogliono investimenti, come in tutte le imprese che si rispettino. Purtroppo bisogna pure avere le spalle coperte, politicamente.
Chiedo: se la Lega remasse per la musica, forza Lega?
Basta che i fucili se li ficchino in quel posto!
Detto, fatto: mi dicono che a qualcuno è esploso il buco. Boooooom…
Sono convinto che, nonostante la grandezza di Bruce Springsteen, il suo pubblico tenda a pensare a Springsteen e alla E Street Band come un tutto unico. In più, Springsteen da solo è una cosa, col suo gruppo è un’altra cosa. Per questo motivo è brutto sentire sparire un suono che ha fatto parte per tantissimi anni di quella band, un musicista che ha riempito di gioia tante persone per anni!
Lo scorso 17 aprile è scomparso a 58 anni Danny Federici, per 40 anni collaboratore di Bruce Springsteen. Fisarmonicista, organista, tastierista, faceva parte di quell’immenso plotone di italo-americani che hanno magnificato il rock’n’roll e il pop nel XX secolo.
Sono profondamente legato al suono della E Street Band, soprattutto quella degli esordi, che mi ha travolto più volte, nei dischi e in concerto. Amore e rispetto profondo. Purtroppo un melanoma ha colpito Federici tre anni fa e adesso quel suono non c’è più.
Andate su www.brucespringsteen.net e cercate il video di una delle ultime partecipazioni live di Danny, alla fisarmonica, una bella versione di “4th of July Asbury Park (Sandy)” (dall’album “The Wild, the Innocent and the E Street Shuffle” del 1973), a Indianapolis, 20 marzo 2008.
Certo che viene da pensare, a guardare la tv.
A neanche un mese dall’inizio di “X Factor” su Rai Due, su Rai Uno è partito “Ti lascio una canzone”, show del sabato sera, presentato da Antonella Clerici, durante il quale 20 giovani talenti tra i 10 e i 15 anni interpretano le più belle canzoni italiane.
Questo programma, al contrario del talent show proposto da Rai Due, non è un format internazionale, va in onda dal Teatro Ariston di Sanremo, la musica viene suonata dal vivo da una bella orchestra di 30 elementi diretta dal M° Leonardo De Amicis, utilizza la scenografia ereditata dall’ultima edizione del Festival di Sanremo, gli artisti sono giovanissimi (e piuttosto bravi), più giovani di quelli di “X Factor” (che partono dai 16 anni), ad ogni puntata c’è un ospite che viene a incoraggiare e premiare bimbi e ragazzi che si esibiscono. Nella prima puntata c’è stata Liza Minnelli, nella seconda Paul Anka, miti superstagionati. Produce Rai Uno con Ballandi Enterteinment.
Qui gareggiano le canzoni, la competizione non è fra gli interpreti, che non vinceranno un contratto discografico. Sul palco è presente una giuria di esperti, composta da tre membri. Tra i due programmi, evidentemente, c’è qualche punto di contatto.
Domande.
1- Possibile che le due reti decidano di confrontarsi nello stesso periodo, in prima serata, più o meno sullo stesso terreno?
2- Che cosa gli è passato per la testolina al direttore Fabrizio Del Noce, che è partito dopo il suo omologo Antonio Marano?
3- Che mestiere fa in Rai chi coordina i palinsesti televisivi?
Non oso rispondere ai primi due interrogativi.
Al terzo, azzardo un ipotesi: chi coordina i palinsesti è un genio.
Un’ultima considerazione: tra i 20 giovanissimi ce ne sono diversi che cantano molto bene, totalmente privi di personalità, che almeno non stonano.
Qualche mese fa Pietro Folena, Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, in uno dei suoi interventi a favore di una nuova legge sulla musica, si pronunciò per cercare di fare in modo che la Rai (il servizio pubblico radiotelevisivo) dedicasse (più) spazio alla nuova musica italiana, quella prodotta dai giovani, che stentano a trovare una collocazione, televisiva o radiofonica che dir si voglia. L’invito, praticamente, era questo: che il servizio pubblico svolgesse il compito di servizio pubblico. Semplice no?
Bene. Da allora qualcosa è cambiato.
Un bel giorno il direttore di Rai Due, Antonio Marano, decide che il sabato, morto e sepolto qualche tempo fa “CD: live”, si deve creare un nuovo contenitore, principalmente musicale, che ha preso il titolo di “Scalo 76” (tutti i sabati, dalle 14, una lunga maratona in diretta, condotta da Daniele Bossari, con Maddalena Corvaglia, Paula Maugeri, una house band per settimana, tanti ospiti, classifiche, interviste, spazio web, di tutto un po’ quel che è giovanile). Partito da poco, a fine febbraio 2008 “Scalo 76” s’è beccato subito un premio come programma musicale televisivo dell’anno (sarebbe meglio dire: dei primi 2 mesi dell’anno…), assegnato dal MEI-Meeting Etichette Indipendenti in quel di Sanremo, “in quanto programma televisivo che apre finalmente le porte della tv pubblica a tutta la nuova scena musicale italiana, con particolare attenzione alla nuova scena indipendente e agli artisti emergenti in un orario di palinsesto di grande qualità”.
Premium precox.
Un altro bel giorno, sempre Rai Due decide che “X Factor”, il talent show che in Inghilterra ha scoperto e lanciato Leona Lewis, deve sbarcare in Italia. Su ITV in Inghilterra il programma fa una media di otto milioni e mezzo di spettatori, con uno share del 40%. Tanto per capire, l’X Factor è “quel talento speciale che trasforma una persona comune in una star”. Così lunedì 10 marzo, dopo affollate audizioni in alcune città d’Italia, la rete presenta in prima serata la prima puntata di questo format d’origine britannica, nato nel 2004. Ci sono 15 candidati alla vittoria finale, divisi in tre categorie (dai 16 ai 24 anni, over 25 e gruppi vocali); vivono a Milano, ripresi in un loft per Sky Vivo. Il programma, realizzato dalla Rai in collaborazione con Magnolia, si scontra rovinosamente con il “Grande Fratello” su Canale 5 e con una fiction su Rai Uno (“La vita rubata”, la storia di Graziella Campagna uccisa nel 1985 dalla mafia, protagonista Beppe Fiorello), uscendo prevedibilmente malconcio dal confronto. Forse non c’era neanche una possibilità di collocazione migliore in palinsesto, come poi ha spiegato il direttore Marano; fatto sta che nelle prime due puntate “X Factor” non è riuscito a raggiungere 2 milioni di ascoltatori (share inferiore al 10%), mentre la terza puntata ha raggiunto i 2.118.000 (con il 10,13% di share), 2.079.000 alla quarta puntata. Pian pianino cresce, poi riscende, ma sarà difficile che sfondi.
L’arrivo in Italia di “X Factor” porta ad una serie di considerazioni. “X Factor” in Inghilterra, come “American Idol” negli Stati Uniti, si trovano ad interagire con mercati (televisivi e musicali) completamente diversi da quello italiano. Nonostante negli USA le vendite di dischi siano crollate negli ultimi anni, quello statunitense resta comunque il più grande mercato del mondo: non fa i numeri di 10 anni fa, l’industria discografica è spiazzatissima e non guadagna più come un tempo, ma restano pur sempre le tracce (profonde) di una consistente tradizione nel lavoro musicale che noi ci sognamo, nel bene e nel male.
Lo stesso vale per l’Inghilterra, che ha un’enorme tradizione di scouting musicale, con un sistema chiaramente più piccolo di quello nordamericano, fatto di capacità costruite e approfondite in oltre 50 anni di attività, soprattutto dalla nascita del rock’n’roll e del mercato dei giovani in poi. Questo sistema era molto potente, è invecchiato, ha perso valore e potere, parte delle conoscenze le ha diffuse in tutto il mondo (anche da noi in Italia), ma tra i mercati sono rimaste differenze sostanziali (di grandezza, competenza professionale, numeri, ecc.).
Di ricerca scientifica di talento, in campo industrial-musicale, in Italia non si può più parlare, da anni, fatta eccezione in alcuni casi che confermano la regola. Nei luoghi dove accadono cose, raramente si vedono discografici, vecchi o nuovi. Nei locali c’è il pubblico della musica, ci sono gli artisti, i musicisti che si fanno un gran culo per passione, qualche volta con talento, altre volte senza, ma agli occhi di alcuni operatori del settore (totalmente assenti) non c’è differenza, tanto loro non ci sono. Nei locali non è facilissimo suonare, si fatica a trovare ingaggi, pagati poco o nulla, però si suona. Il livello medio si è innalzato: c’è tanta gente che canta e suona discretamente, magari senza personalità; la tecnologia a prezzi stracciati da un lato ha fatto evolvere la situazione, dall’altro l’ha tremendamente incasinata, ingolfata. Se ci fosse qualcuno a decidere seriamente cosa è buono e cosa no, cosa vale, forse sarebbe tutto più chiaro e sereno; così invece si naviga a vista, al buio, qualcuno molla tutto, qualcun altro raggiunge l’obiettivo, quasi per caso.
La domanda, in Italia, è questa: ma un artista che oggi vuole sfondare che cosa cerca? Un contratto discografico? Un produttore indipendente? Un manager? Un buon avvocato? Un gestore di una rete di locali che gli garantisca 30 date l’anno pagate? Insomma quali sono le prospettive di un potenziale astro nascente italiano? Vuole vivere di luce propria, oppure ha bisogno della luce spesso abbagliante che gli fornisce la tv?
Una risposta la fornisce proprio “X Factor”: il premio finale al vincitore dopo 12 puntate sarà un contratto discografico con una major del valore di trecentomila euro, ovvero l’importo dell’investimento destinato allo sviluppo dell’artista vincitore. Con la discografia nelle condizioni che sappiamo, è lecito chiedersi se ha senso un premio così. In Inghilterra forse sì, in Italia decisamente no. La definizione del premio finale è fondata sulle esigenze del format televisivo, su un modello di business morto o morente. Si può dare un premio già morto al vincitore?
Intanto i partecipanti al programma sono esposti per più di tre mesi al pubblico, c’è la striscia quotidiana in day time, c’è il reality su Sky: saranno famosi o almeno conosciuti; se proprio non li inviteranno a fare concerti, dischi, suonerie, almeno faranno serate in discoteca, come un qualsiasi Fabrizio Corona o un ex grande fratello. Bello no?
I giurati (Mara Maionchi, Morgan e Simona Ventura) sono veramente assortiti: fanno mestieri diversi, con competenze diverse; sono “personaggi di nota e comprovata credibilità nel mondo della musica e/o dello spettacolo, scelti e ritenuti idonei dalla produzione”. I tre giurati sono fondamentali: valutano artisticamente i candidati durante il casting, commentano e votano le esibizioni durante le puntate di prime time, decidendo per eventuali eliminazioni, propongono i nuovi concorrenti che entrano in gioco nella terza, quinta e settima puntata, e – pur non partecipando alla gara - sono i capitani delle tre squadre/categorie in cui sono divisi i concorrenti. Ogni giurato è anche mentore del talento artistico dei componenti la propria squadra ed è responsabile della loro preparazione canora e scenica. I tre giudici/coach si avvalgono della collaborazione di figure professionali (maestri di canto, coreografi, stilisti, ecc.) messi a disposizione dalla produzione; i concorrenti in gara sono tenuti ad attenersi alle indicazioni loro impartite dai giudici/coach e dai loro collaboratori. E, qualche volta, mal gliene incoglie.
Su questo terreno (professionalità, credibilità) chi ha realizzato “X Factor” in Inghilterra, come chi ha prodotto “American Idol” negli USA, ha fatto scelte professionali radicalmente diverse, toste, credibili. Da noi meno. Anche perché noi non abbiamo un Simon Cowell (per le ragioni che indicavo prima) né un Simon Fuller, ma avremmo comunque altri personaggi che sarebbe molto più corretto coinvolgere rispetto a Simona Ventura. Niente contro di lei: fa bene quello che sa fare, non altro. Morgan ovviamente è credibile, come Mara Maionchi (Aldo Grasso, sul Corriere della Sera, l’ha descritta come un simpatico incrocio nel modo di esprimersi fra Iva Zanicchi e Vanna Marchi), che ha fatto una parte di storia della discografia italiana (dalla Ariston alla Numero Uno, Ricordi, alla Fonit Cetra, fino alle produzioni curate con Alberto Salerno-Nisa).
Allora che senso ha tutto ciò?
Come si fa a credere che possa funzionare un programma che ricerca talenti quando alla fine di una qualsiasi esibizione i giurati si complimentano anche con chi ha ripetutamente e vistosamente stonato?
Certamente è possibile che chi stona abbia talento, ma chi stona sempre deve cercare di evitarlo, deve prepararsi, studiare; gli va detto che stona, non si può sorvolare su questo argomento, e se per caso c’è un problema tecnico in studio che fa stonare i cantanti allora quel problema va risolto.
Non c’è alternativa.
Tra diciotto “talenti” finora visti a “X Factor”, risalta Silvia, entrata alla terza puntata: bella voce, intonata, non ha personalità, ma almeno è molto brava, svetta su tutti.
“La musica in televisione batte sul Due” dice Francesco Facchinetti, il maestro di cerimonie del programma. Vero! Solo che batte male, ed è un peccato, perché i rari spazi per la musica in televisione bisogna giocarli bene, non buttarli via, non fornire indicazioni fuorvianti, diseducative.
Chi ha visto le striscioline pomeridiane dedicate al casting di “X Factor” si sarà accorto che ha partecipato alle audizioni una marea di persone senza il minimo senso di autocritica, come accade di frequente in questi casi. Basterebbe registrarsi e risentirsi, da soli, per capire che non è il caso. Che fai, ci provi? Ma se sei una pippa?!? Anche una pippa fa spettacolo, fa tristemente mostra di sé, per il divertimento del pubblico.
Siamo sicuri che si pensi alla musica quando la si porta in televisione?
Per esempio il devastante can can che si fa ogni anno sul Festival di Sanremo riguarda la musica, la canzone italiana? O cosa?
Fateci caso: nel programma del PD (Partito democratico) la musica è citata di striscio solo un paio di volte, e il turismo si becca un generico “lo stato promuova l’Italia nel mondo”.
Forse avrete notato che nel programma del PDL (Popolo della libertà) si parla solo brevemente di legge quadro per lo spettacolo dal vivo e che si accenna genericamente alla promozione della creatività italiana, alla promozione delle “cittadelle della cultura e della ricerca”. E che il turismo, nello stesso programma, viene citato solo nei progetti per sollevare il sud, con “leggi obiettivo” speciali incentrate su turismo e beni culturali.
È ovvio, più che comprensibile che musica, spettacolo, arte, turismo, non possano essere elementi centrali in un programma politico, ma è semplicemente d’una povertà criminale che proprio in Italia nessun politico, nessun candidato primo ministro dedichi a queste miniere di ricchezza, grande patrimonio degli italiani, la giusta attenzione, anche nei programmi.
Chi svolge spesso con notevoli difficoltà mestieri legati alla musica, all’arte, allo spettacolo, al turismo, può sentirsi coinvolto dal messaggio politico?
Sono tante le persone che lavorano in questi settori, cittadini e lavoratori, elettori di cui non si tiene il minimo conto. Che mancanza di rispetto, che cecità!
Dietro questa realtà forse si nasconde un bene: tutto sommato, è meglio che sia così.
Politici lontani dal bello, in tutti i sensi.
“L'uomo che non ha musica dentro di sé, o che non è sensibile al concento di dolci melodie,
è pronto ai tradimenti, agl'inganni e alle rapine... Nessuno fidi mai in un uomo siffatto”.
William Shakespeare, Il mercante di Venezia
Amy Winehouse è già un personaggio mitico, la prima donna inglese a vincere ben 5 Grammy Awards (dopo aver incassato un totale di 6 nomination) in una sola notte di febbraio 2008: artista rivelazione dell’anno, disco dell’anno, canzone dell’anno con “Rehab”, migliore interprete pop femminile, migliore album pop. I sei milioni di copie vendute dal suo secondo album “Back To Black” del 2006 (più le copie pirata, minimo un altro 20%) hanno prodotto un effetto deflagrante, che risulta ancora più evidente ora che l’industria discografica è in crisi. La discografia inglese, tutto il sistema musicale britannico, che comprende case discografiche, editori musicali, radio, stampa e televisione, è storicamente ben capace di promuovere nuovi artisti di valore e nonostante il parziale depontenziamento di questo sistema tutto continua a funzionare più o meno come prima, mentre sono cambiati i numeri.
Il fatto è che negli ultimi tempi la discografia inglese, guarda caso, ha tirato fuori degli epifenomeni come Adele, Duffy, fortemente riconducibili ad Amy Winehouse, per le caratteristiche vocali, per il repertorio, per gli artisti di riferimento. Scopri 1… e cerchi di portare via 3! Come minimo, perché non è mica detto che sia finita qui.
Della Winehouse e dei suoi eccessi ormai si sa quasi tutto. Delle altre due, ancora più giovani, no, c’è molto da fare. Adele è stata clamorosamente annunciata come la grande novità della scena inglese del 2008, ne stanno parlando tutti. Ha appena pubblicato con un’etichetta indipendente (XL) il suo primo album, “19” (lei ha solo 19 anni), prodotto da Mark Ronson (stesso produttore di Amy Winehouse), da cui è tratto il singolo “Chasing Pavements”, interessante, ben cantato, con un discreto video, nulla di trascendentale. Adele, londinese, dichiara di essere stata influenzata da diverse grandi voci, da Gil Scott-Heron a Jeff Buckley, Peggy Lee, Etta James. Dopo averla vista, c’è chi dice che non potrà mai avere successo negli USA, perché è grassa! Più che grassa, per una ragazza della sua età, è un po’ abbondante, con un bel viso da bambolona e gran begli occhi. In Inghilterra tanto per cominciare le hanno assegnato un Brit Award come miglior artista esordiente.
Duffy ha 22 anni, gallese, blues, Stax e Motown nel sangue; il suo singolo “Mercy” è schizzato in cima alla classifica inglese, con un buon video. Il suo tour in Inghilterra (nei locali) è in gran parte sold out. Una partenza a razzo.
La qualità non si discute, l’originalità invece sì. Bisogna considerare che buona parte del pubblico non conosce gli artisti di riferimento di molte novità di oggi, per cui rischia di risultare veramente nuovo quel che non lo è. Sembra essercene per tutti, tranne (per ora) che per artisti uomini: artiste fotocopia, almeno parzialmente. C’è posto per due simil-Winehouse?
Oggi, 25 febbraio 2008, avrà inizio la cinquantottesima edizione del Festival di Sanremo.
In realtà la televisione, la stampa, hanno già cominciato da settimane a tambureggiare sull’argomento, come sempre. Vorrei deviare per un attimo dal Festival, per parlare brevemente del signor Fabrizio Del Noce, direttore di rete (Rai Uno), bravo giornalista, autore di corrispondenze interessanti, che da quando è stato nominato direttore di rete spesse volte si è trasformato in un geniale idiota. Una delle sue più belle battute riguarda proprio l’edizione del Festival dello scorso anno, dove sostenne che per fortuna ci si era liberati dalla discutibile scenografia dell’anno precedente (quella vista al Teatro Ariston nel 2006), firmata dal premio Oscar Dante Ferretti. Qualcuno forse ricorderà quella non felicissima scenografia, sorta di black box, affascinante, che però televisivamente non rendeva.
Nel frattempo ieri notte Dante Ferretti ha vinto un altro Oscar in compagnia di Francesca Lo Schiavo per le scenografie di “Sweeney Todd”, non è certo uno sprovveduto, però può sempre commettere qualche leggerezza, soprattutto in un settore non troppo praticato (la tv). Chi sicuramente si rivelò uno sprovveduto è FDN, che a distanza di un anno con scarsissima eleganza rinnegò una scenografia che evidentemente doveva essere stata approvata dalla rete, che per la Rai organizza e produce il Festival di Sanremo. FDN dov’era quando si decideva sulle proposte di Dante Ferretti? Può dire che non sapeva? Solo un perfetto incosciente può sostenere di non sapere.
Un’altra bella battuta FDN l’ha detta pochi giorni fa, ad Assisi, durante le celebrazioni per il 50° anniversario della proclamazione di Santa Chiara quale patrona della televisione. FDN ha affermato che sarebbe suo desiderio prima o poi riuscire a portare in tv il canto gregoriano. Una nobile intenzione. Altre musiche attendono di trovare e ritrovare spazio in televisione. FDN passa per un buon direttore di rete: in questi anni ha ottenuto grandi successi, ha superato ripetutamente gli ascolti di Canale 5, ma ha sicuramente fatto anche numerose scelte sbagliate (su programmi, conduttori), causando clamorosi flop, che non sono stati mai sottolineati quanto i successi, né all’interno né all’esterno della Rai. Per FDN non esiste una bilancia, che pesa successi e insuccessi, come per tutti gli altri cristiani. Santa Chiara is on his side.
Kanye West, ormai giunto al suo terzo album, vincitore di Grammies, produttore fra gli altri per Jay-Z, Nas, Alicia Keys, Dilated People, Consequence, GLC, Keisha Cole, Jamie Foxx, sta lavorando per produrre alcuni brani di Michael Jackson.
Sarà il primo album dopo il flop di “Invincible” (2001) e quello di “Number Ones” (compilation del 2003). Dire che Jacko è al lavoro su un nuovo album però non è che al giorno d’oggi voglia dire molto: scrive nuovi brani dal 2003, potrebbe metterci ancora anni, pare che tra Bahrein, Irlanda, Las Vegas e New York abbia già registrato un centinaio di brani, ma potrebbe pure buttare tutto e ricominciare da capo, considerando tutto quello che gli è successo a cavallo tra XX e XXI secolo. Un disastro! Uscita prevista: 2008?
Oltre i noti Timbaland, Rodney Jerkins, Teddy Riley, Neff-U già al lavoro per produrre brani dello stesso progetto, Jackson ha interpellato pure will.i.am (dei Black Eyed Peas) per una collaborazione: gli ha telefonato, tipo “Pronto? Sono Michelino, ti va di lavorare insieme?”… Dato che will.i.am è già grandino, non rischia nulla: è pur sempre Michael Jackson, The King of Pop, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, scaraventato giù dal trono, spiaccicato per terra.
Un segno del tempo: qualche anno fa, direi nel secolo scorso, erano le grandi case discografiche (le majors) a disputarsi gli artisti, a lottare fra loro a suon di milioni-miliardi per strappare un artista grande venditore a una concorrente. Col passare degli anni, i grandi big seller hanno cominciato a vendere meno, tutto il mercato è calato, eppure le majors continuavano a investire dei soldoni (spesso irrecuperabili) per avere grandi artisti in catalogo. Pian pianino le majors hanno cominciato a capire cosa stava accadendo, che aria tirava, e hanno smesso di strapagare, tranne eccezioni che confermano la regola.
Adesso non è più l’industria discografica a trattare grandi artisti: è di questi giorni la notizia, che ha scosso il settore, della trattativa multimilionaria di Madonna con Live Nation (rappresentata in Italia da Milano Concerti, a Live Nation Company) che ha organizzato gli ultimi tour dell’artista. Madonna starebbe per lasciare la Warner Brothers, la sua etichetta sin dagli esordi (1983), dopo la pubblicazione di un paio di album rimanenti (uno d’inediti, più un best of), dopo aver venduto insieme oltre 300 milioni di dischi. L’offerta di Live Nation (il più potente promoter di concerti americano) è stratosferica: si parla di 120 milioni di dollari o più per un accordo della durata di dieci anni, che comprende recording (tre album), touring, merchandising, licensing. La Warner Brothers ha abbandonato la trattativa, perché non avrebbe senso avvicinarsi alla cifra offerta da Live Nation. Alcuni commentatori hanno già ricamato sulla follia di un accordo simile, stimando che Live Nation per recuperare i soldi spesi dovrà vendere circa 15 milioni di copie di ogni album… Se i conti sono giusti, i signori di Live Nation sono pazzi, oppure per capire come può funzionare utilmente un accordo del genere bisogna saperne molto, ma molto di più.
Louise Veronica Ciccone è un drago, comunque vadano le cose. Pochissimi gli artisti in grado di stringere un patto del genere (per il valore), anche se il fronte ormai non è più discografico: si parla d’altro, a tutti i livelli di popolarità.
Chissà che direbbe Joe Morello (straordinario batterista americano di origini siciliane, celebre membro del gruppo di Dave Brubeck) se sapesse che il suono della sua batteria in "Take Five" accompagna il Presidente della Mediolanum Ennio Doris nel suo recente spot televisivo.
Il suo è un accompagnamento di genio, in 5/4, che nel brano originale approdava a un solo di batteria indimenticabile.
Non è proprio lo stesso assolo dell'incisione storica di "Take Five", però lo potete vedere e sentire in due versioni diverse cliccando sui link sottostanti. Morello, tra le altre cose, è stato anche Maestro di Max Weinberg, della E Street Band.
più che cura rapida, cura intensa. Notevole. read more
on Spizzicando da Schumann