Mi scrive Massimo Varini, un musicista che stimo e che moltissimi conoscono per le sue collaborazioni tra gli altri con Nek, Laura Pausini, Mina, Adriano Celentano, Dolcenera, Ivano Fossati, Biagio Antonacci, Andrea Bocelli, Vasco Rossi.
Lo conosco soprattutto per il suo suono di chitarra elettrica e per i suoi manuali, m’incuriosisce il suono acustico.
Lo segnalo per principio, pur non avendo ancora sentito e visto “My Sides”, perché Massimo secondo me indica una delle strade percorribili per cercare di vendere ancora supporti fisici (CD musicali), ovvero quella di arricchirli di contenuti. Strada già percorsa da altri artisti, ma con contenuti diversi, più comuni.
Nel caso di Massimo infatti si tratta di una megaofferta, diversa dalle altre, a prezzo contenuto, degna di un inchino. Ecco la descrizione del prodotto.
MASSIMO VARINI “MY SIDES”
CD + DVD (distribuzione Edel)
uscita il 24 aprile 2009.
Il CD contiene 16 brani interamente acustici di strumento “solo”.
In allegato un ricchissimo DVD che contiene: 4 videoclips, 10 video di studio recording sessions,
1 live elettrico del MV Trio (25 minuti) e un live acustico di 32 minuti, più un booklet contenente riflessioni, pensieri ed emozioni raccolte durante la scrittura dei brani.
Costo 14,90 euro.
Per fare qualche assaggio:
presentazione dei contenuti del CD e del DVD con frammenti video
http://www.youtube.com/watch?v=9IoojInu5g0
i brani possono essere ascoltati in versione “studio sessions” e “live” sul canale YouTube di MV
http://www.youtube.com/view_play_list?p=97E43818B5618E41
è possibile anche vedere uno dei videoclips contenuti nel DVD
http://www.youtube.com/watch?v=PZqPGpVxPKQ&feature=PlayList&p=97E43818B5618E41&index=11
Sono trascorsi pochi giorni dai concerti degli AC/DC in Italia e già se ne vedono i frutti.
Ieri sera si sono aggiunti due nuovi, imprevedibili, membri al nobilissimo club dei ragazzini satanici con la giacchetta di velluto bordeaux, uguale a quella indossata da Angus Young.
Vedere per credere.
Maria Concetta Mattei, conduttrice del Tg 2 serale delle 20.30, ieri sera ha condotto alla maniera di fratello Angus, mentre poco dopo, nel corso del “Grande fratello”, Alfonso Signorini non esitava a schierarsi fra gli ammiratori del chitarrista australiano.
A quando, per tutti e due, uno strip sulle note di “The Jack”?
Il voltaggio è sempre alto: gli AC/DC esistono da 35 anni, con diversi cambi di formazione, ma la loro musica è rimasta sempre la stessa; se uno l’ama, rieccola qua, dal vivo.
La band è semplice, basica: radici rock-blues, rock operaio, senza fronzoli, canzoni costruite solidamente con la cazzuola in mano, mattone dopo mattone, schizzando calcestruzzo, su riff rocciosi, accordi pieni, ritornelli cantabili. Quando dai corrente all’edificio finito, regolarmente esplode, nonostante gli anni.
Pure il palco di questo tour che segue la pubblicazione di “Black Ice” è semplice, d’effetto: quando si spengono le luci, parte un breve filmato d’animazione, un treno rock’n’roll lanciato a tutta velocità, Angus Young sulla locomotiva a vapore insieme a qualche pupona, il P.A. che spande frequenze basse della corsa sui binari da far tremare le budella … finché, perso il controllo, a tutta velocità la locomotiva sfonda i respingenti su un binario morto. Botti, fuochi, sparisce lo schermo centrale, appaiono i resti della locomotiva fumante al centro della scena e arriva la band: “Rock’n’ Roll Train”, inevitabile!
Il suono è quello di sempre, analogico (pure il mixer), fratello Malcolm (56 anni, un classicissimo chitarrista ritmico) sta sempre due passi davanti i suoi Marshall, Cliff Williams dalla parte opposta davanti i suoi Ampeg, nel mezzo alla batteria Phil Rudd, un signore di mezza età con la sigaretta fra le labbra che fa un lavoro da tienitempo, mentre fratello Angus (50 anni) spazia sul palco con la sua Gibson nera vestito da scolaretto di velluto bordeaux e Brian Johnson canta col solito cappello di lana. Sotto a quel cappello deve fare un caldo bestiale, ma lui tira dritto, canta a chiappa stretta, perché per produrre quelle note fa smorfie mostruose, bocca e culo stretti, se no non esce niente.
Palco grande, con una passerella centrale che finisce in una splendida piattaforma in mezzo al Mediolanum Forum di Assago, eppure Malcolm, Cliff ed Angus stanno quasi sempre belli uniti al centro del palco, davanti alla batteria, tranne che Angus non vada a fare un solo, oppure non faccia una passeggiatina coi suoi passetti, non si spogli come nel famoso strip di “The Jack”, con tanto di mutanda nera con scritta AC/DC sul sedere.
All’inizio del set Johnson urla al pubblico: “We’ve got some rock’n’roll for ya tonight!”.
Questo sono gli AC/DC: coerenti, r’n’r senza raffinatezze, struttura melodico-armonica elementare, ritmi semplici. Pubblico osannante, in gran parte coi cornetti diabolici rossi sulla testa che si accendono a intermittenza, padri coi figli. Di tutto il repertorio, in un paio d’ore di concerto, voglio ricordare soprattutto “You Shook Me All Night Long”, “Highway To Hell”, “Hells Bells”, “Back In Black”,“TNT”, e dall’ultimo album “Skies On Fire” e “Big Jack”. Non saprei dire quanto i cinque si divertano ancora sul palco: se son contenti, non lo danno per niente a vedere, Johnson è l’unico a sorridere, fratello Angus accenna dei mezzi sorrisi che si sovrappongono alla sua smorfia quando interagisce col pubblico (botta e risposta, chitarra contro cori), gli altri fanno impassibili il loro mestiere. Comunque un classico, ben eseguito, un pezzo di storia che fa bene ascoltare, dopo tanta musica finta. Questa almeno è vera, solida, tesa, elettrica, divertente. Lunga e felice vita alla band dei fratelli Giovane.
Vado a vedere Giusy Ferreri che registra Radio Italia Live, la puntata che andrà in onda via satellite su Video Italia il 21 marzo 2009, alle ore 18.00 (bouquet Sky, ch. 712). Sono molto curioso, perché voglio verificare dal vivo il suo reale valore.
Il successo che ha avuto dopo la partecipazione alla prima edizione di “X Factor” (arrivò seconda) è enorme, oltre 600.000 copie vendute, soprattutto se rapportato alle dimensioni del mercato attuale. Nel frattempo i vincitori Aram Quartet, a circa un anno di distanza, sono ancora al palo: il premio che hanno vinto, pari a 300.000 euro per la realizzazione di un progetto discografico con Sony Bmg, è quasi intonso; il 7 aprile 2009 saranno ospiti di “X Factor”, finalmente è in arrivo il loro primo album d’inediti.
Le particolarità della voce di Giusy Ferreri sono indubbie, nonostante somiglianze e riferimenti ad altri: una novità per l’Italia. Il repertorio che ha cantato finora, tra cover anni Sessanta, originali di Tiziano Ferro, Roberto Casalino, Linda Perry e altri brani composti da lei stessa, è vario: sembra riesca meglio come interprete, perché come autrice non ha ancora la stessa forza. I suoi dischi comunque sono stati realizzati con sapienza e hanno avuto fortuna. Complimenti, gran rispetto per il lavoro svolto, grazie all’esperienza dei collaboratori che l’hanno circondata (tra i quali Lucio Fabbri, Michele Canova), con un pizzico di fortuna.
Nell’auditorium di Radio Italia si comincia a registrare il programma, partendo dall’intervista.
Paola Gallo incontra Giusy Ferreri. Dal botta e risposta (lo si può vedere in onda) risulta questo: Giusy finché la frase è corta, la risposta sintetica, regge; se il periodo è più lungo, non sa proprio parlare, si perde, non sa costruire il discorso, rischia errori. Pietas.
Quando sale sul palco con la sua band (di quattro elementi, pianoforte e tastiere, chitarra, basso e batteria, precisi) la sua presenza è molto più che dignitosa: canto intonato, qualche deficienza qua e là, roba di poco conto. In questo preciso momento però va detto che se un artista contiene in sé diverse capacità, istinto e talento, tra cui anche saper stare sul palco, Giusy invece sembra capitata qui quasi per caso: nei suoi 5-6 metri quadri si muove impersonalmente, come chiunque, un pezzo dopo l’altro, senza nessuna autorità, sgambetta un po’, ballicchia, punto. Non voglio esagerare, ma fa un po’ tristezza, festa di paese. Rispetto al successo che ha ottenuto, quello che è in grado di proporre è poco, misero.
Credo che questa situazione sia figlia del mercato: molto più che nel passato, certi accadimenti sono figli del caso, di una fortunata serie di casi tutti messi in fila; partendo naturalmente dai contenuti, che possono piacere o non piacere, ma non sono completamente assenti. Davanti al nulla, non esploderebbe nessun successo.
Nel caso di Giusy Ferreri, c’è stata una buona presenza televisiva, dei brani azzeccati, una confezione riuscita, una voce diversa, che frullati insieme e messi a contatto col pubblico hanno dato i risultati che sappiamo. Tutti a scappellarsi, davanti ai numeri, perdendo un po’ di vista la vera realtà, che non è fatta solo di numeri.
Il resto, quello che afferma nel tempo un artista, per ora non c’è: Giusy non sa parlare, non sa stare sul palco, i pezzi che scrive non brillano. Ha solo la voce (che è un ottimo punto di partenza) e qualche brano accattivante.
Crescendo s’impara, come in tutte le professioni. L’unica differenza (drammatica) è che lei, in mancanza di elementi fondamentali per fare bene quello che fa e inondare il pubblico di talento, belle canzoni, meravigliose interpretazioni, è già arrivata su, sino alla vetta.
Incredibile. Segno dei tempi. E della diffusissima ignoranza e superficialità del pubblico, educato così. Una benedizione per Sony Bmg e per “X Factor”.
A Washington oggi fa freddo, nelle prime ore del mattino, nella giornata dell’insediamento di Obama alla Casa Bianca, 44° presidente degli Stati Uniti.
Anche a Milano oggi fa freddino e il premier Silvio Berlusconi si reca al Pio Albergo Trivulzio per un’inagurazione: viene accolto al grido di “Grazie per Kakà”.
Sono momenti!
A ognuno il suo.
D’altra parte, per il popolo milanista meglio avercelo Ricardino, immenso calciatore, che lasciarlo scappare via, si capisce.
Per un presidente del consiglio, oltre all’inaugurazione, è una gran bella soddisfazione.
Musica per le sue orecchie.
Bel programma quello di domenica 11 gennaio su Rai Tre, alcune belle versioni dei brani di Fabrizio De André, a 10 anni dalla scomparsa. Direzione musicale affidata a Mark Harris, esperto, ex collaboratore di FDA.
Televisione, musica, canzone.
Con due vette nei risultati ottenuti: oltre il 30% di share, picco di 7.825.000 ascoltatori, su Rai Tre.
Un unico grande fastidio, lungo tutto il programma: l’atmosfera (francamente eccessiva) di celebrazione nei modi, molta cerimoniosità, unita ad una generosissima distribuzione di pacche sulle spalle.
De André sarebbe certamente fuggito a gambe levate da questi “atteggiamenti”, netto, degno e sintetico com’era.
Quelli appena trascorsi sono stati giorni intensi: la dose di parole, suoni, interviste, Dori Ghezzi, ha rischiato di rendere ridondante il ricordo. Non eccessivo (per la misura), ma per i modi e per l’ubiquità. Quando uno sta dappertutto può essere anche grande quanto gli pare, ma è troppo.
E il bello è che, in questo caso, non è neanche colpa sua, ma di chi è rimasto.
Gli ultimi tre anni (2005-2008) di carriera per Giovanni Allevi sono stati pieni di soddisfazioni: dalla pubblicazione del suo terzo album, “No Concept”, è stata una marcia quasi trionfale, grandi numeri (enormi, per la discografia d’oggi), grandi onori, CD, DVD, tour, due libri pubblicati da Rizzoli con altrettanto successo. Quest’anno, a coronare tutto, il Concerto di Natale in Senato, trasmesso qualche giorno fa in tv e in Eurovisione da Rai Uno.
Nel programma un paio d’immemorabili pagine pucciniane per celebrare il 150° dalla nascita, poi diversi brani di Allevi, in compagnia dell’orchestra I Virtuosi Italiani, diretta dall’autore, con un gesto poco convincente, che sembrava accompagnare i musicisti piuttosto che dirigerli. L’aula di Palazzo Madama ha plaudito, insieme alle massime cariche dello Stato. Il presidente del Senato Renato Schifani ha dichiarato la volontà d’apertura, l’attenzione per il mondo giovanile, per la sua musica.
Se il buongiorno si vede da questa dichiarazione d’intenti, la speranza è che in futuro, raccogliendo il pensiero di una gran parte degli italiani, questa classe politica capisca finalmente come stanno le cose e si tolga (tutta intera) dalle scatole, definitivamente. Non è anti-politica, ma il desiderio di un gran ritorno alla politica, quella vera, sana, meno personalizzata, nell’interesse della comunità.
Tornando a Giovanni Allevi, il suo è un caso da prendere come esempio, classico “case history”.
Senza togliere nulla al suo talento, i risultati ottenuti con parecchio impegno sono largamente al di sopra di ogni possibile previsione: dietro c’è un mare di comunicazione, artisticamente un progetto che non è (per me) una novità, però è riuscito a colpire un target che evidentemente aspettava un prodotto così. Il personaggio ha fatto il resto. Ora non gli resta che dedicarsi anche alla composizione di colonne sonore originali per il cinema, un settore nel quale credo eccellerebbe.
La musica di Allevi evoca immagini, due più due fa quattro, preciso. Mi permetto di candidare fin d’ora Allevi alla nomina di Cavaliere della Repubblica Italiana: lo sento già molto vicino alla meta, il presidente Giorgio Napolitano secondo me ci sta già pensando.
La poderosa spinta ricevuta dalla massiccia esposizione di “Come sei veramente” nello spot pubblicitario BMW non è stata indifferente, quella della pubblicità istituzionale del Gruppo Fiat (“Back to life”, tratto da “Joy”) pure. Coniugare il mondo classico con la contemporanea e il pop è uno degli obbiettivi della musica degli ultimi 30 anni del secolo scorso: certe facili iterazioni melodiche e ritmiche fanno la felicità del pubblico, risultano coinvolgenti, piacciono. Nel rock, un riff è capace di produrre lo stesso effetto, devastante. Onore al merito.
Sarebbe anche giusto e onesto, per tutto il sistema (dall’informazione al piccolo mondo chiuso della musica) cercare di far conoscere e apprezzare tante altre cose, altri artisti, far aprire occhi e orecchie al pubblico. Per fermarci al campo pianistico, in Italia abbiamo diversi grandi, per fare solo qualche nome da Stefano Bollani a Danilo Rea, Rita Marcotulli, passando per un vecchio gran signore come Renato Sellani, da sempre a cavallo tra la musica popolare e il jazz. Non abbiamo un Keith Jarrett. Ma ce ne sarebbe bisogno?
No, c’è già Keith Jarrett.
Inutile stare a discutere sui valori, sui contenuti: per apprezzare fino in fondo la musica, ci vuole disponibilità, tempo, un pizzico di cultura musicale di base, apertura mentale; è bello poter confrontare suoni diversi, conoscere (anche per sommi capi) la storia della musica, per capire realmente i valori in campo. Claudio Abbado, Maurizio Pollini, Riccardo Muti, Zubin Metha, signori della musica classica (grande musica anche perché ha ottocento anni di storia e nella maggior parte è musica scritta, tramandata nei secoli), conoscendo l’Italia descrivono da anni il deserto cultural-musicale italiano. Come si evita la desertificazione?
Facendo con coraggio tante cose: promuovendo, investendo lavoro e denaro, istruendo, facendo ascoltare, studiando, facendo appassionare la maggior parte del pubblico. Possono contribuire radio, televisione, stampa.
Prendo spunto da “O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai” (versione italiana di “More Than Words” degli Extreme, cantata negli ultimi tempi anche da Irene Grandi per il suo album di Natale), per dire che se fosse sempre Natale (e ci aggiungo il Capodanno), con tanta musica (più del solito) in televisione, un concerto di qua, uno di là, anticipata dallo spettacolo per i 50 anni di carriera di Ornella Vanoni e dalla serata con Andrea Bocelli di Fabio Fazio che hanno ottenuto risultati d’ascolto confortanti, fino a “Pierino e il lupo” con Benigni, al concerto natalizio dal Teatro alla Scala, ai valzer di Strauss che arriveranno puntuali da Vienna a Capodanno, musica a tutte le ore, dalla canzone napoletana al pop, alla classica, niente niente qualcosa comincerebbe pure a cambiare. In tutto questo, per ora non c’è ombra d’innovazione: niente di nuovo, di completamente diverso. Nessuno sperimenta più. Noia profonda. Però suona. Scusate, ma è sempre meglio questo di tante fesserie che vengono trasmesse spesso e a tutte le ore.
Come parecchi già sanno, da un mesetto e mezzo il Festival di Sanremo del 2009 non è più a rischio: un bel giorno la Rai raggiunse l’accordo col Comune di Sanremo (attualmente commissariato) e rinnovò la convenzione per organizzare per altri tre anni (2009/2011) il Festival della Canzone Italiana.
La pace Comune/Rai è scoppiata tardi, a novembre, però è stata siglata: finalmente si può pensare seriamente al 59° Festival, Paolo Bonolis dir. art. e presentatore, nel quadro di un accordo che prevede che la Rai versi al Comune 9.023.679,44 euro + IVA all’anno. Troppi soldi? Pochi? Il giusto???
Una vera follia.
Singolarmente da qualche anno la Fimi, attraverso le parole del suo presidente Enzo Mazza, ha ripetutamente dichiarato che il Festival per le case discografiche è un evento in perdita. Pensare che solo fino a pochi anni fa, quando le stesse case discografiche erano un po’ più ricche, ancora floride, si ostinavano a difendere quasi a spada tratta il Festival, già allora in evidente perdita (costituiva solo l’1% del fatturato annuo della discografia); l’evento era già da anni puramente televisivo, mediatico, un grande contenitore di pubblicità, con scarso valore musicale, spettacolare.
Ora che la discografia sta con le pezze al sedere, i capi gridano di dolore, pietiscono i rimborsi spese per i giovani, le cosiddette “proposte” (soldi, ma erano soldi pure prima, mica solo adesso!).
Ma che ci vanno a fare al Festival? È peggio che giocare al Casino. Si parla tanto di crisi, di perdite di profitto; ma alla discografia non converrebbe piuttosto investire i soldi da qualche altra parte? Ah, se sapessero dove investire!
Anche il direttore di Rai Uno, Fabrizio Del Noce, ha ribadito che dopo il consistente calo d’ascolti registrato dal Festival l’anno scorso, la prossima edizione a guida Bonolis servirà per capire se l’evento può ancora vivere oppure va eliminato. Pam, un colpo secco: non avrebbe certamente senso cambiarlo. Chissà a chi andrebbero poi i soldi (i nostri soldi, quelli di chi paga il canone, appena aumentato per il 2009 di un euro e mezzo) degli ultimi due anni di convenzione col Comune, oltre 18 milioni di euro! Nessun problema, tanto con l’aumento, moltiplicato per gli abbonati, più o meno vengono fuori i soldi da consegnare in due anni su un piatto di platino al Comune di Sanremo.
Dal 17 al 21 febbraio 2009 ci saranno altre 5 belle serate fiume, direttore artistico musicale Gianmarco Mazzi (al fianco di Bonolis già la volta precedente, nel 2005). Ormai sappiamo anche i partecipanti: inutile commentare il cast, è il solito stranissimo film da tanti anni, che senso ha?
Magari Bonolis riesce a tirare fuori dal cappello grazie all’intuito un altro Povia (quello che nel 2005 cantò, per un progetto benefico, fuori gara, “I bambini fanno «oh»”, stravincendo il Festival, stracciando tutti i concorrenti), mentre Povia quest’anno partecipa tra i Big.
Pare che Bonolis sogni (è un titolo giornalistico, bisogna prenderlo con le pinze) i Queen come ospiti! Sognare i Queen? Che razza di sogno è???
Uno potrebbe sognare i Beatles, non i Queen!
I Queen tutto sommato basta chiamarli, prendere contatto, magari chiedere al loro amico Zucchero di metterci una buona parola… sono musicisti appagati, ricchi, se gli gira accettano l’invito se no no. Hanno un disco d’inediti relativamente recente, sono rivenuti in Italia a suonare per la seconda volta con Paul Rodgers. L’età per svernare in Riviera ce l’hanno. A Brian May si potrebbe pure chiedere di aprire il festival, come fece Paolo Carta 4 anni fa, suonando l’Inno di Mameli.
Repetita iuvant. Perché Sanremo è Sanremo, no?

Non condivido questo commento. Ho accusato la stampa italiana (quotidiana soprattutto) di concedere sempre meno spazio alla musica. Credo sia... read more
on Katy Perry: sola!