Ieri notte il rock'n'roll non mi ha salvato la vita ma...
Ieri notte il rock’n’roll non mi ha salvato la vita … però mi ha fatto riflettere. Sul tempo.
Sono andato a vedere i Deep Purple, a Milano, Teatro Smeraldo, per la curiosità e il piacere di rivedere dal vivo una band con 40 anni di vita sulle spalle e tanti successi, riff storici impressi nella storia. In rock.
Mi sono chiesto: quanti anni hanno oggi quelli che avevano circa 20 anni quando nasceva il rock’n’roll? Hanno una settantina d’anni.
E quelli che sono cresciuti con Bob Dylan, Beatles, Stones? Hanno una sessantina d’anni.
Queste sono le vere generazioni rock’n’roll. Se sono in salute, il passare del tempo non le ha scalfite, dovrebbero ancora rockeggiare con “Jailhouse Rock”, perché certi amori, certe passioni non si scordano mai, neanche con l’artrite o l’osteoporosi.
Ieri sera dai Deep Purple c’era una discreta quantità di pubblico maturo, di queste generazioni: alcune persone (soprattutto uomini) discretamente mantenuti, in forma, altri invece un po’ ingrassati, sformati, visibilmente invecchiati; più diversi giovani, figli di questi.
I Deep Purple sono sessantenni, ottimamente mantenuti, in buona forma fisica: lo lasciano intendere con la loro robusta ed efficace presenza di palco. Gillan non è più quello di una volta, ma fa ancora la sua porca figura: magro, di bell’aspetto, la voce non ha la potenza dirompente di un tempo.
Richard Glover e Ian Paice sono delle rocce, una classica ritmica rock. Steve Morse e Don Airey, arrivati nella band per ultimi, sono più giovani e si vede. Morse è un meraviglioso chitarrista americano, che non c’entra assolutamente nulla col suono d’origine inglese dei Deep Purple (radici r’n’b, beat), però dura con il gruppo da oltre 14 anni, è un arcangelo biondo, capelli al vento (da ventilatore), quasi sempre sorridente, tecnicamente ineccepibile, pulito, può suonare qualsiasi cosa, ma non ha neanche un briciolo della personalità nervosa di Blackmore. Gillan lo presenta così: “The impeccable, freshly manicured Steve Morse!”. E lui suona, suona, suona, suona, allegro come una pasqua. Nei riff è preciso, la maggior parte dei soli “storici” lui li ha praticamente reinventati, alla sua maniera. In “Highway Star” rifà splendidamente, quasi alla lettera, il solo originale, rendendolo più preciso e fluente. Stra-to-sfe-ri-co!
Da lontano, quando Morse sorride, somiglia non poco al mio caro amico Toni Soddu, personaggio ben noto della musica italiana. Secondo me Toni, nei momenti di riposo dal lavoro, si mette una parrucca bionda e diventa Steve Morse, in tour coi Deep Purple piuttosto che sul palco del concertone del “Primo Maggio” a Roma.
Don Airey è un personaggino: se lo incontrassi giù dal palco, non diresti affatto che suona con un gruppo rock, ha più l’aria dell’impiegato. Però è bravo, supporta, riempie, grande all’organo Hammond, un classico, come un tempo, alla Jon Lord. Durante l’assolo, gli avrei sparato: parte cattivo, poi passa in rassegna diversi luoghi comuni, visita e cita Chopin, Verdi, le grandi colonne sonore, con un orripilante gusto kitsch che grida vendetta. Suona rock’n’roll, bestia!
Poi riparte con tutto il gruppo e ridiventa credibile.
Ora… il rock’n’roll ieri sera non mi ha salvato la vita, però mi ha fatto pensare a come questi signori sessantenni (come tanti altri) sono arrivati fin qui con la loro musica. Il che non è molto diverso da ciò che hanno fatto i Nomadi (Beppe Carletti) o i Pooh, nel loro genere. Una sicurezza, sorta di assicurazione sulla buona vita, confortante anche per chi segue la musica, come spettatore, oppure ci lavora da tanti anni.
Di sicuro i Deep Purple oggi mettono a disposizione del pubblico soprattutto molto mestiere: possono andare avanti finché reggono. Spesso sono in tour, registrano brani nuovi e originali con minore frequenza, la vena compositiva non è delle migliori, stona al cospetto dei capolavori del passato, e poi il mercato dei dischi non esiste quasi più, che senso avrebbe fare dischi?
Per quello c’è il catalogo, il repertorio, che parla da solo e continua vendere. Meglio suonare dal vivo, ben pagati e riveriti in tutto il mondo. Il suono è rock: non picchiano sugli strumenti, sono piuttosto morbidi, soft, senza spigoli, come dopo “Machine Head”.
Quando pistano, come in “Highway Star”, non ce n’è per nessuno.
Nel bis, “Hush” è ancora potente. “Strange Kind Of Woman”, “Fireball”, “Black Night”, “Smoke On The Water” con Paolo Kessisoglu (Iene) alla ritmica, non si discutono: pubblico in piedi, braccia alzate. Alla fine, distribuzione delle bacchette di Paice e dei plettri di Glover e Morse, a pioggia. Non un grandissimo concerto, ma di conforto. Fra altri sei anni, anche Morse sarà un sessantenne: scommetto che suonerà esattamente come oggi, stesse mani (manico), stessi capelli (lo spero per lui), stesso ventilatore, stessa elettronica, stessi pedali, stesse casse Engl, a meno che non trovi di molto meglio. Vintage rock. Tanto di cappello!