Musica e politica
Amo la musica, è parte (importante) della (mia) vita. Parecchi sostengono che con la musica si possono cambiare le cose. Qualcosa, in effetti, è già successo, negli ultimi 50 anni.
Sarà mica che con una canzone risolviamo tutti i problemi?!? E attraverso la musica si fa politica?
Musica e politica hanno qualche rapporto, non facile… a seconda delle occasioni, almeno qui da noi, in Italia.
Per dire: pochi giorni prima delle elezioni politiche del 2006, il prof. Prodi incontrò gli operatori della musica (popolare) in Italia, a Roma e a Milano (titolo dell’incontro: “L’Unione fa la musica”, stimolato dall’attività di AudioCoop, organizzatore del MEI di Faenza), raccolse le loro opinioni, richieste (in fondo modeste) e ribadì che, qualora fosse andato al potere, avrebbe cercato di portare l’attenzione sui problemi che attraversa il settore.
Prodi sottolineò che, per poter fare questo, avrebbe avuto bisogno di individuare pochi referenti molto rappresentativi, che si creasse un movimento d’opinione (che di fatto esisteva già, potenzialmente), che ci fosse un coordinamento fra ministeri, e soprattutto che cambiasse il “clima culturale”… Stiamo freschi: per ottenere questo, dovranno passare molti anni, un paio di generazioni, che reimparino a pensare, a riflettere su educazione, istruzione, cultura, politica, etica…
Nella pura teoria, sono d’accordo anch’io col prof. Solo che questo vuol dire che per almeno 4 o 5 legislature che durino effettivamente 5 anni l’una non si parlerà di musica e dei suoi problemi, come di quelli, in generale, della cultura tutta. È più che ovvio che ci saranno sempre ben altre priorità, ci arrivo da solo a capire che è più importante sciogliere il nodo delle pensioni, oppure decidere di vendere quore di minoranza di Fincantieri…
E mentre faticosamente (se tutto andrà bene) cambierà il clima culturale, la musica (popolare) in Italia continuerà a farsi strenuamente gli affari suoi.
Tutto questo avvenne dopo che il prof. Prodi aveva incontrato nei mesi precedenti diversi operatori del settore, dopo aver creato la Fabbrica del programma (che, per inciso, parlava genericamente di musica per un paio di righe…), dopo che SIAE e FIMI avevano promosso per il 1° marzo 2006 presso l’Hotel Royal di Sanremo (durante il Festival) gli Stati Generali della Musica, un incontro coordinato dal giornalista del Sole24ore Vincenzo Chierchia, con la partecipazione di numerosi operatori.
Nello schieramento opposto, Silvio Berlusconi, candidato premier della Cdl, noto amante delle battute di spirito a livello internazionale, dedicò nel suo libretto propagandistico qualche breve parola alla cultura, in particolare alla riapertura del Teatro La Fenice di Venezia ricostruito e al Teatro Alla Scala ristrutturato…
Praticamente il nulla!!!
Solo per fare un esempio, citato da molti: in Francia nel 1986 hanno creato il CIR (Centre d’information du rock et des variétés), una struttura che beneficiava del sostegno del Ministero della Cultura e della Comunicazione (ai tempi, di Jack Lang), del Segretariato di Stato per la Gioventù e lo Sport, oltreché della maggior parte delle organizzazioni professionali del settore musicale. Il CIR ha fornito un sensibile sostegno a tutti i soggetti attivi nel settore “Rock et Variétés modernes”, ai professionisti come ai dilettanti. Sin dall’inizio al CIR venne affiancato il FAIR (Fond d’Action et d’Initiative Rock), un programma di sostegno finanziario, di promozione e di consiglio alle attività dei giovani artisti francesi. Questo progetto, in oltre 20 anni, ha ottenuto buoni risultati, riconosciuti sia artisticamente sia politicamente, tanto è vero che in diversi Paesi, con governi di diverso colore politico, il progetto è stato preso ad esempio per intraprendere iniziative simili, a medio-lungo termine. Da questa esperienza francese sono nate altre attività, evolute e migliorate nel tempo, per esempio la creazione dell’Ufficio per l’esportazione della musica francese (Bureau Export), che ha aperto sedi in diverse capitali straniere ottenendo brillanti risultati, favorendo lo scambio musicale. In Francia qualcuno, soggetto decisamente politico, ebbe una visione: nacque la Cité de la Musique, vennero creati o ristrutturati spazi per la musica. Cos’era? Solo grandeur? No, più semplicemente il presidente François Mitterand, al primo dei suoi due mandati, affermò (non senza critiche) la sua idea di cultura francese.
I politici italiani invece non si occupano della cultura e forse è un bene, che un dio li benedica.
L’Italia culturalmente ha un patrimonio sterminato, che può produrre tanta ricchezza (attraverso la gestione corretta del turismo, delle arti, ecc.). Lo sa perfettamente chi, con fatica, lavora nel settore, produce cultura, si occupa di turismo culturale. Tanti anni fa Walter “sindaco de Roma” Veltroni propose un disegno di legge sulla disciplina delle attività musicali: non se n’è più fatto nulla. Si discusse anche di regolamentazione dello spettacolo dal vivo. Niente. E dell’insegnamento della musica nella scuola dell’obbligo ne vogliamo parlare?
Il bello è che nel 2007 ci sono attività professionali nel settore della musica (e dello spettacolo dal vivo) che in Italia non sono neanche riconosciute, è come se non esistessero. Nel settore musicale lavorano oltre 250.000 persone, con l’indotto si può raddoppiare, e il pubblico della musica è di milioni di persone. I nostri bravi musicisti e tecnici sono migliori dei loro colleghi stranieri, perché hanno dovuto superare un ostacolo: l’ignoranza diffusa. I politici, che dovrebbero occuparsi del bene comune, non devono certo trovare il modo di “assistere” la musica (e il resto della cultura italiana): devono solo mettere in condizione chi lavora di farlo al meglio e produrre ricchezza per il Paese, come succede in tanti altri settori che hanno avuto la fortuna di essere tenuti in considerazione. Si dice che dobbiamo “fare sistema”. Sistema di che?
Prima o poi, dovremo ritornare a votare. Ci sarà mai uno, di un qualsiasi partito, che un giorno si alza e inserisce nel suo programma, fra i suoi interessi “politici”, più di due righe sulla cultura in Italia?
La cultura (la musica) vive, con difficoltà, nella maggior parte dei casi alla faccia della politica italiana. Ieri il presidente Napolitano, a margine della sua visita in Portogallo, ha citato un messaggio pubblicitario, propaganda politica portoghese, che dice: parlare meno, fare di più.
Un concetto condivisibile. Con uno straordinario balzo dal particolare al generale, allargo il concetto: che i politici parlino meno, fra loro, con quegli orribili botta e risposta attraverso i media, di argomenti che non riguardano i cittadini e tornino invece a fare seriamente politica, di qualità.
Se no, tutti a casa!
“E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re,
fa male al ricco, al cardinale,
diventan tristi se noi piangiam…”
(“Ho visto un re”, di Dario Fo - Omicron).