3 posts tagged “cd”
Ho un figlio di 30 anni, cresciuto in piena era digitale, che dall’età della ragione ha potuto ascoltare diciamo gratis e con grande libertà tutta la musica che voleva, già disponibile in casa. Fino all’età adulta, non ha quasi comprato musica, poi ha cominciato ad acquistarne.
Adesso è un acquirente onesto e pazzo: non scarica nulla dalla rete, compra solo CD, qualche compilation che riassume una stagione, album di nuovi artisti, quasi nulla dal back catalogue. Per i miei gusti è talmente avventato che rischia d’investire male (in musica) i suoi soldi. Faccio un esempio: si è comprato “Little Voice” di Sara Bareilles, “Rockferry” di Duffy, “Spirit” di Leona Lewis. Nulla in contrario… ma sentiti bene questi album qualche considerazione sull’acquisto va fatta.
Primo: nel tempo è migliorata la capacità di tirar fuori degli album dignitosi anche per artisti al debutto. Questo è dovuto in parte alla tecnologia, alla sapienza di alcuni professionisti, all’esperienza delle majors come a quella delle indies, al numero e alla qualità degli artisti emergenti.
Secondo (che deriva dal primo punto): tutto ciò purtroppo non esclude che in un album, catturati da un singolo efficace (tipo “Love Song” nel caso di Bareilles, “Mercy” in quello di Duffy, “Bleeding Love” per Leona Lewis), si finisca per trovare solo un altro brano o due vagamente all’altezza del singolo.
Stringendo: uno si fida, compra l’album per una cifra piuttosto consistente; se gli va bene (raramente) trova soddisfazione, con altri bei brani, mentre se gli va male (nella maggior parte dei casi) rimane deluso, butta via un sacco di soldi, mentre avrebbe potuto acquistare solo un bel singolo e ritenersi pienamente soddisfatto.
L’industria discografica muore anche per questo: chi compra onestamente, a pieno prezzo, ci resta male, si disaffeziona.
Io adesso ascolto i dischi di mio figlio con curiosità e un pizzico di sospetto. E alla fine concludo: ma che dischi hai comprato? Chi te lo fa fare?
Chi glielo fa fare all’industria discografica di produrre interi album di artisti tecnicamente ineccepibili, anche se scarsamente dotati di personalità, totalmente privi di repertorio di valore?
I 60 anni compiuti, con tanto di concerto di compleanno al Madison Square Garden di New York (dove ha suonato per ben 60 volte, più di ogni altro artista, dietro di lui i Grateful Dead con 52 presenze, Billy Joel con 47) il 25 marzo 2007, davanti a ventimila persone, per 3 ore e 23 minuti di megashow provato nei giorni precedenti negli studi della Sony, devono avergli fatto girare la testa, così zio Elton John (Reginaldo) ha pensato bene di dire la sua, qualche giorno fa, su temi di grandissima attualità, Internet e tecnologia: la prima secondo lui sarebbe bene chiuderla per cinque anni, la seconda invece è troppo diffusa e disponibile. Per la precisione, ecco quello che ha dichiarato al Sun, in inglese, a scanso di equivoci:
“The Internet has stopped people from going out and being with each other, creating stuff. Instead they sit at home and make their own records, which is sometimes OK but it doesn’t bode well for long-term artistic vision. It’s just a means to an end. We’re talking about things that are going to change the world and change the way people listen to music and that’s not going to happen with people blogging on the Internet. I mean, get out there, communicate. Hopefully the next movement in music will tear down the Internet. Let’s get out in the streets and march and protest instead of sitting at home and blogging. I do think it would be an incredible experiment to shut down the whole Internet for five years and see what sort of art is produced over that span. There’s too much technology available. I’m sure, as far as music goes, it would be much more interesting than it is today. I am the biggest technophobe of all time. I don’t have a mobile phone or an iPod or anything. I am such a Luddite when it comes to making music. All I can do is write at the piano.”
Grattando un po’, quello di zio Elton potrebbe anche essere un discorso da prendere in seria considerazione, perché gli eccessi di Internet e quelli della tecnologia non sempre producono risultati positivi, generano solitudini, contribuiscono spesso a creare prodotti d’infima qualità, che il pubblico stenta a distinguere da quelli d’alta qualità perché ormai è gravemente diseducato all’ascolto. Inoltre la digitalizzazione del suono (sono 25 anni tondi dalla nascita del CD) ha progressivamente stravolto il mercato della musica registrata: all’inizio il CD è apparso come un altro supporto in grado di arricchire tutti, poi la compressione dell’audio digitale e il diffondersi di Internet ha scardinato definitivamente il sistema. L’invito di zio Elton a comunicare, a scendere in strada, a marciare e a protestare è lecito. Avere paura della tecnologia però vuol dire restare isolati, distanti, non aiuta di certo a comprendere la realtà, che va avanti. Superficialmente, il discorso sembra una provocazione e basta, un po’ come dire chiudiamo le autostrade perché si verificano incidenti, oppure azzeriamo il cinema (produzione, sale, ecc.) perché si producono film porno che possono essere pericolosi e diseducativi, oppure non si faccia più ricerca perché può essere letale. Vi sembrerebbe giusto tutto ciò? Chissà che ne dice suo marito…
In realtà Mr. David Furnish, compagno da oltre 13 anni di zio Elton, può esercitare un enorme potere nei suoi confronti, per questioni sentimentali. Si sussurra che Furnish sia un agente di un potentissimo e speciale supercorpo gay della C.I.A., che lentamente sta sempre più conquistando potere nei servizi segreti, infiltrato nel music business per tenerlo sotto controllo e muoverlo dall’interno a seconda delle necessità strategiche. D’altra parte è risaputo che i servizi segreti americani hanno avuto una parte decisiva nello sviluppo di Internet, nulla di nuovo sotto il sole: potrebbero anche avere deciso di distruggere il Web, visto e considerato che sta creando grattacapi in molti settori d’attività, dalla sicurezza alla musica. Mr. Furnish è una spia che istiga zio Elton a esprimere pareri influenti. Nessuno si sognerebbe di dare del cretino a uno che ha scritto “Your Song”, “Rocket Man”, “Tiny Dancer”, “Candle In The Wind”, “Sorry Seems To Be The Hardest Word”, “Blue Eyes” e tanti altri capolavori!
Alla fine di questo sottile processo segreto, annientata Internet con tutti i suoi derivati, una buona parte dell’industria mondiale della musica tornerebbe in salute; molti problemi sarebbero risolti d’incanto, l’incapacità delle case discografiche di dare una risposta efficace, credibile, al crollo di un modello di business non verrebbe più percepita. Tutto (o quasi) come prima. Si potrebbe persino pensare di ritornare con gioia a pressare vinile in grandi quantità. E vivrebbero in molti, tranne alcuni, felici e contenti.
“Mi ricordo quando il rock era giovane
io e Susie ci divertivamo un mondo
mentre gli altri ragazzi dondolavano intorno all’orologio
noi saltavamo e ballavamo col Rock del Coccodrillo (…)
Ma gli anni passarono e il rock poi morì
Susie se ne andò con un tipo straniero
serate interminabili, in lacrime accanto al juke box
sognando della mia Chevrolet e dei miei vecchi jeans…”
(da “Crocodile Rock”, Elton John-Bernie Taupin, 1972, traduzione di Massimo Scarafoni)
Secondo quanto emerge dall’indagine commissionata dall’Osservatorio permanente contenuti digitali ad AC Nielsen presentata recentemente, il 52% degli italiani non usa internet e solo il 31% è all’avanguardia tecnologica. Oltre al digital divide cresce nel Paese il cultural divide: aumenta il numero di chi (sono quasi 9 milioni d’italiani) utilizza le tecnologie come sistema di comunicazione e di svago, mentre è ancora in minoranza chi usa con consapevolezza gli strumenti più creativi ed evoluti del Web 2.0. E questa sembra essere la direzione anche per il futuro. Nell’era tecnologica oltre la metà degli italiani non usa ancora Internet. Se poi si analizza il 31% che rappresenta la reale avanguardia, si assiste a un’ulteriore suddivisione: a fronte di un 14% della popolazione (7,4 milioni d’italiani) che abbina un uso consapevole, interattivo ed evoluto delle tecnologie con un’elevata propensione al consumo di contenuti culturali, troviamo un 17% (8,9 milioni d’italiani) che utilizzano le tecnologie per lo più in modo passivo, come svago o semplicemente per comunicare. Dai dati che emergono dall’indagine, probabilmente questo gap rischia di aumentare nel futuro.
La ricerca è stata realizzata su un campione rappresentativo della popolazione italiana di 8.500 individui con più di 14 anni per la parte quantitativa e su specifici focus group per cinque tipologie di utilizzatori di contenuti (dai 13 ai 50enni) per la parte qualitativa.
Cosa ne è emerso? Che gli italiani sono un popolo con bassa propensione alla cultura e tecnologicamente poco evoluti? Ad orientare gli utenti verso un utilizzo evoluto e interattivo delle nuove tecnologie (più cultura = uso più consapevole ed evoluto delle tecnologie) non è tanto la disponibilità o l’uso frequente delle tecnologie nuove e di tendenza. La tecnologia di per sé costituisce uno strumento neutro. Quello che fa la differenza è l’abitudine alla fruizione di consumi culturali. Maggiore è il consumo di cultura e maggiore è la propensione all’uso di tecnologie innovative: sono forti lettori, alti acquirenti di musica e DVD, consumatori di cinema, i più forti utilizzatori delle potenzialità offerte dal Web 2.0. I forti fruitori di programmi televisivi tendono invece a un consumo tecnologico ridotto: più che di digital divide è quindi più corretto parlare di cultural divide. Non emergono nemmeno grandi differenze tra Nord e Sud, conta invece molto di più se si vive in una grande città o in un piccolo centro.
E il futuro? Uso evoluto delle tecnologie e forti consumi culturali sono strettamente legati: dall’indagine emerge però chiaramente che (ed è il segnale più preoccupante) anche i genitori tecnologicamente più avanzati non riescono a trasmettere la passione per la cultura ai figli che, di conseguenza, sempre di più utilizzeranno le tecnologie come puro gadget.
Un segnale positivo viene dalle ragazze più giovani: non solo le 14-24enni usano Internet quanto i loro colleghi maschi ma l’utilizzo settimanale di forum e blog vede un’incidenza superiore tra le donne giovani (14-24 anni) rispetto ai loro coetanei maschi (43% vs 35% tra le 14-19enni e 28% vs 19% tra le 20-24enni, base utilizzatori Internet), probabilmente per un maggiore bisogno di confronto e di condivisione. A partire dai 25 anni sono invece i maschi ad essere maggiori utilizzatori. Al contrario, l’utilizzo di sistemi di file sharing risulta un fatto maschile in tutte le fasce d’età.
Le piattaforme più utilizzate: (almeno una volta alla settimana) il PC con DVD (39%) e il cellulare con mp3/video/fotocamera (33%), seguito dal lettore DVD (26%). Lettore mp3/iPod e tv LCD/ plasma seguono con il 15%. Sistemi di messaggistica istantanea (Messenger, Skype) e forum/blog sono i servizi Internet più frequentemente utilizzati: lo usano almeno una volta la settimana rispettivamente il 27% e il 22% degli utilizzatori di Internet. Gli acquisti di contenuti online sono un fenomeno emergente. L’acquisto di CD, DVD e libri avviene ancora massicciamente offline. L’online è un fenomeno contenuto, che interessa ad oggi circa il 10% degli heavy user di Internet, coloro che si connettono da casa tutti i giorni o quasi (il 3% della popolazione italiana nel suo complesso). Il ruolo di Internet è ancora solo emergente, con la parziale eccezione del P2P per la musica (15% della popolazione) e i video (11% della popolazione). Il free download musicale si attesta all’8% della popolazione.
Il presidente del Gruppo Editoria Digitale dell’AIE (Associazione Italiana Editori) Fernando Folini ha sottolineato che “L’indagine evidenzia in modo chiaro che l’utilizzo consapevole ed evoluto delle tecnologie dipende in gran parte dagli strumenti culturali di cui gli utilizzatori sono dotati. Solo creando condizioni per il loro sviluppo sarà possibile sfruttare e sviluppare al meglio le opportunità che le innovazioni man mano presenteranno. Per questo AIE, AIDRO, FIMI, UNIVIDEO e CINECITTÁ HOLDING hanno scelto di dare vita a un osservatorio permanente. Da questi dati ripartiamo, non solo per avvicinare la cultura e i contenuti culturali in digitale ai giovani e meno giovani, ma anche per capire come sensibilizzare al meglio gli italiani su temi delicati per noi irrinunciabili come la tutela del diritto d’autore”.