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Prima Michel Serrault, poi Ingmar Bergman, adesso Antonioni!
Fondamentalmente sono ricordi, perché pure Antonioni smise di fare vero cinema tanti anni fa.
Però restano le opere, una grande eredità. Ero troppo piccolo per poter apprezzare i film dell’incomunicabilità, ma sufficientemente grande per accorgermi di “Blow-up” (1966), premiato con la Palma d’oro al Festival di Cannes, candidato all’Oscar; colonna sonora di Herbie Hancock, ma soprattutto c’erano gli Yardbirds con “Stroll On”, Londra negli anni più intensi.
Il cinema cattura per le immagini, le storie, ma anche per la musica che accompagna la narrazione.
E ci sono registi nella storia del cinema che hanno avuto un grande impatto sul suono, per come lo hanno usato, per quello che hanno scelto. Allora “Zabriskie Point” (1970), girato negli Stati Uniti, con una ricca colonna sonora nella quale dominavano i Pink Floyd (“Careful With That Axe Eugene” e altri brani), insieme a Kaleidoscope, Rolling Stones, Youngbloods, Jerry Garcia, Grateful Dead, John Fahey.
Nel 1973 mi colpì profondamente il documentario per la tv girato l’anno prima, in compagnia di Andrea Barbato, “Chung Kuo/Cina”, in onda su Rai Uno, che scatenò le critiche della sinistra e dei cinesi: immagini bellissime, la politica non c’entrava un tubo.
Qualche altro film, il video musicale di “Fotoromanza” (1984) di Gianna Nannini, girato in elettronica, con molti interventi sul colore, le collaborazioni con Wenders, Soderbergh. Dopo la malattia (1985), che gli tolse l’uso la parola, lasciava senza respiro il suo sguardo, triste e pieno di vita, di voglia di comunicare, d’intelligenza.