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Voglio raccontarvi una storia, che è stata tenuta segreta per oltre 40 anni. Se George Martin era il quinto Beatle, per l’importanza che hanno avuto le sue intuizioni tecnico/musicali sul suono del quartetto di Liverpool, Gigi Marzullo era (ma nessuno lo sa) il sesto Beatle.
Dovete sapere che Gigi ancora ragazzo partì da Avellino per proseguire i suoi studi in Inghilterra, a Londra, dove grazie a un amico entrò in contatto con i Beatles, che verso la fine del 1965 lo vollero con sé, una sorta di mascotte, per cercare di allentare le tensioni che ogni tanto si creavano all’interno del gruppo. Marzullo già allora le sparava grosse, diciamo che si preparava al vuoto che avrebbe riempito trasmissioni come “Mezzanotte e dintorni”, “Sottovoce”, e questo rilassava molto i Beatles.
Volete le prove? Eccole: nel 1966 Lennon-McCartney presero lo spunto da una frase pronunciata da Marzullo per intitolare il brano “Tomorrow Never Knows” (da “Revolver”). Il primo verso di “Good night” (da “The Beatles”, del 1968) viene da una dritta geniale di Gigi: “Now it’s time to say good night, good night sleep tight”. Non per niente la cantava Ringo! Ancora: si è sempre detto che i Beatles si sciolsero per problemi di soldi, per l’influenza negativa di Yoko Ono… Non è vero: i Beatles si sono sciolti per colpa di Marzullo, che nel 1970 ne sparò una po’ troppo grossa e loro s’incazzarono una buona volta. Lui però, Gigi, ancora oggi porta i capelli come i Beatles, nel 1970, non si è dimenticato di quell’incredibile avventura. Fine della storia.
Giorni fa vedo uno spot su Rai Uno, che lancia una puntata di “XX secolo: testimoni e protagonisti” dedicata ai Beatles, di Gigi Marzullo e Gianni Bisiach, martedì 31 luglio, ore 23,40.
Vuoi vedere che adesso Gigi svela a tutti il gran segreto che ha custodito religiosamente per tanti anni? Dopo aver visto il programma, devo dire che non conteneva nulla di tutto questo, purtroppo. Immagino dovesse essere un programma culturale, quantomeno riservato all’approfondimento, visto l’orario. Nulla, neanche di questo. Aiuto!
“Help!!! I need somebody…
Help! Not just anybody,
help! You know I need someone…”
Cominciamo dai titoli: un programma di Gigi Marzullo e Gianni Bisiach… Casomai sarebbe giusto l’ordine opposto, di Gianni Bisiach e Gigi Marzullo, in ordine alfabetico, di età, per una forma di sano rispetto professionale. Andiamo avanti: Marzullo e Bisiach seduti, con tre ospiti in studio (la conduttrice tv Veronica Maya, il filosofo Giacomo Marramao, la giornalista e scrittrice Laura Laurenzi), più l’ambasciatore Aragona in collegamento da Londra, da un altro studio Peppino Di Capri (che aprì i concerti dei Beatles in Italia, nel 1965), Anselma Dell’Olio in collegamento telefonico. Marzullo guida le danze, nel vuoto, introduce Bisiach che per fortuna dei telespettatori almeno mostra filmati di repertorio (quando intervistò i Beatles a Londra nel 1963, la consegna dell’MBA nel 1965, un filmato di “TV7” andato in onda nel 1968 che racconta i Beatles in India, l’uccisione di Lennon a New York nel 1980, ecc.). Il tutto per un’oretta abbondante di trasmissione, durante la quale nessuno si è azzardato a fare un discorso serio sull’impatto che hanno avuto i Beatles sulla musica, sulla società: solo considerazioni banali, il prof. Marramao ci ha provato ad approndire, ma Gigi Marzullo affondava impietosamente il dito, slabbrando la ferita con mirabolanti interrogativi, tipo “che cosa hanno dato (o tolto) i Beatles alla musica italiana? Tanto quello che hanno dato al mondo lo sappiamo…”, oppure “i Beatles sono un mito di ieri, di oggi, di domani, di sempre?”. Ma vaffanculo va!
C’è un fatto che non riesco proprio a mandare giù: nella cosiddetta rete ammiraglia del cosiddetto servizio pubblico radiotelevisivo (per curiosità, andate a leggere cosa dice il contratto di servizio 2007-2009, poi ne riparliamo) Gigi Marzullo, da tempo, è il cosiddetto responsabile della cosiddetta cultura.
Io nel mio piccolo, pago 104 euro di canone radiotv alla Rai: non è una cifra altissima, ma in cambio voglio qualcosa. E qualcosa ho in cambio, non posso negarlo: ore e ore di cosiddette trasmissioni. Sui doveri del servizio pubblico, sulla qualità di alcuni programmi, vorrei poter discutere, ma i vertici aziendali sono troppo impegnati a citare la BBC come buon esempio di servizio pubblico, anche per le nuove tecnologie, in materia di digitale terrestre, ma evidentemente non sanno quello che dicono, oppure parlano ma non sono assolutamente capaci di fare.
Gigi Marzullo alla cultura però no, non l’accetto proprio. Di quale cultura parliamo? Chi gli ha dato questo incarico? Chi se ne rende responsabile? Che ne dice per esempio Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, che sui programmi culturali potrebbe sicuramente esprimere un parere qualificato?
Sempre ieri sera Rai Due ha dedicato la serata a Michelangelo Antonioni, mandando in onda “Zabriskie Point” e “Blow-up”. L’annunciatrice ha avvisato: “Si consiglia la visione a un pubblico adulto”. E perché, di grazia?
Piuttosto vietate a tutti la visione di Marzullo, che è meglio, ignoranti!
Secondo quanto emerge dall’indagine commissionata dall’Osservatorio permanente contenuti digitali ad AC Nielsen presentata recentemente, il 52% degli italiani non usa internet e solo il 31% è all’avanguardia tecnologica. Oltre al digital divide cresce nel Paese il cultural divide: aumenta il numero di chi (sono quasi 9 milioni d’italiani) utilizza le tecnologie come sistema di comunicazione e di svago, mentre è ancora in minoranza chi usa con consapevolezza gli strumenti più creativi ed evoluti del Web 2.0. E questa sembra essere la direzione anche per il futuro. Nell’era tecnologica oltre la metà degli italiani non usa ancora Internet. Se poi si analizza il 31% che rappresenta la reale avanguardia, si assiste a un’ulteriore suddivisione: a fronte di un 14% della popolazione (7,4 milioni d’italiani) che abbina un uso consapevole, interattivo ed evoluto delle tecnologie con un’elevata propensione al consumo di contenuti culturali, troviamo un 17% (8,9 milioni d’italiani) che utilizzano le tecnologie per lo più in modo passivo, come svago o semplicemente per comunicare. Dai dati che emergono dall’indagine, probabilmente questo gap rischia di aumentare nel futuro.
La ricerca è stata realizzata su un campione rappresentativo della popolazione italiana di 8.500 individui con più di 14 anni per la parte quantitativa e su specifici focus group per cinque tipologie di utilizzatori di contenuti (dai 13 ai 50enni) per la parte qualitativa.
Cosa ne è emerso? Che gli italiani sono un popolo con bassa propensione alla cultura e tecnologicamente poco evoluti? Ad orientare gli utenti verso un utilizzo evoluto e interattivo delle nuove tecnologie (più cultura = uso più consapevole ed evoluto delle tecnologie) non è tanto la disponibilità o l’uso frequente delle tecnologie nuove e di tendenza. La tecnologia di per sé costituisce uno strumento neutro. Quello che fa la differenza è l’abitudine alla fruizione di consumi culturali. Maggiore è il consumo di cultura e maggiore è la propensione all’uso di tecnologie innovative: sono forti lettori, alti acquirenti di musica e DVD, consumatori di cinema, i più forti utilizzatori delle potenzialità offerte dal Web 2.0. I forti fruitori di programmi televisivi tendono invece a un consumo tecnologico ridotto: più che di digital divide è quindi più corretto parlare di cultural divide. Non emergono nemmeno grandi differenze tra Nord e Sud, conta invece molto di più se si vive in una grande città o in un piccolo centro.
E il futuro? Uso evoluto delle tecnologie e forti consumi culturali sono strettamente legati: dall’indagine emerge però chiaramente che (ed è il segnale più preoccupante) anche i genitori tecnologicamente più avanzati non riescono a trasmettere la passione per la cultura ai figli che, di conseguenza, sempre di più utilizzeranno le tecnologie come puro gadget.
Un segnale positivo viene dalle ragazze più giovani: non solo le 14-24enni usano Internet quanto i loro colleghi maschi ma l’utilizzo settimanale di forum e blog vede un’incidenza superiore tra le donne giovani (14-24 anni) rispetto ai loro coetanei maschi (43% vs 35% tra le 14-19enni e 28% vs 19% tra le 20-24enni, base utilizzatori Internet), probabilmente per un maggiore bisogno di confronto e di condivisione. A partire dai 25 anni sono invece i maschi ad essere maggiori utilizzatori. Al contrario, l’utilizzo di sistemi di file sharing risulta un fatto maschile in tutte le fasce d’età.
Le piattaforme più utilizzate: (almeno una volta alla settimana) il PC con DVD (39%) e il cellulare con mp3/video/fotocamera (33%), seguito dal lettore DVD (26%). Lettore mp3/iPod e tv LCD/ plasma seguono con il 15%. Sistemi di messaggistica istantanea (Messenger, Skype) e forum/blog sono i servizi Internet più frequentemente utilizzati: lo usano almeno una volta la settimana rispettivamente il 27% e il 22% degli utilizzatori di Internet. Gli acquisti di contenuti online sono un fenomeno emergente. L’acquisto di CD, DVD e libri avviene ancora massicciamente offline. L’online è un fenomeno contenuto, che interessa ad oggi circa il 10% degli heavy user di Internet, coloro che si connettono da casa tutti i giorni o quasi (il 3% della popolazione italiana nel suo complesso). Il ruolo di Internet è ancora solo emergente, con la parziale eccezione del P2P per la musica (15% della popolazione) e i video (11% della popolazione). Il free download musicale si attesta all’8% della popolazione.
Il presidente del Gruppo Editoria Digitale dell’AIE (Associazione Italiana Editori) Fernando Folini ha sottolineato che “L’indagine evidenzia in modo chiaro che l’utilizzo consapevole ed evoluto delle tecnologie dipende in gran parte dagli strumenti culturali di cui gli utilizzatori sono dotati. Solo creando condizioni per il loro sviluppo sarà possibile sfruttare e sviluppare al meglio le opportunità che le innovazioni man mano presenteranno. Per questo AIE, AIDRO, FIMI, UNIVIDEO e CINECITTÁ HOLDING hanno scelto di dare vita a un osservatorio permanente. Da questi dati ripartiamo, non solo per avvicinare la cultura e i contenuti culturali in digitale ai giovani e meno giovani, ma anche per capire come sensibilizzare al meglio gli italiani su temi delicati per noi irrinunciabili come la tutela del diritto d’autore”.
Amo la musica, è parte (importante) della (mia) vita. Parecchi sostengono che con la musica si possono cambiare le cose. Qualcosa, in effetti, è già successo, negli ultimi 50 anni.
Sarà mica che con una canzone risolviamo tutti i problemi?!? E attraverso la musica si fa politica?
Musica e politica hanno qualche rapporto, non facile… a seconda delle occasioni, almeno qui da noi, in Italia.
Per dire: pochi giorni prima delle elezioni politiche del 2006, il prof. Prodi incontrò gli operatori della musica (popolare) in Italia, a Roma e a Milano (titolo dell’incontro: “L’Unione fa la musica”, stimolato dall’attività di AudioCoop, organizzatore del MEI di Faenza), raccolse le loro opinioni, richieste (in fondo modeste) e ribadì che, qualora fosse andato al potere, avrebbe cercato di portare l’attenzione sui problemi che attraversa il settore.
Prodi sottolineò che, per poter fare questo, avrebbe avuto bisogno di individuare pochi referenti molto rappresentativi, che si creasse un movimento d’opinione (che di fatto esisteva già, potenzialmente), che ci fosse un coordinamento fra ministeri, e soprattutto che cambiasse il “clima culturale”… Stiamo freschi: per ottenere questo, dovranno passare molti anni, un paio di generazioni, che reimparino a pensare, a riflettere su educazione, istruzione, cultura, politica, etica…
Nella pura teoria, sono d’accordo anch’io col prof. Solo che questo vuol dire che per almeno 4 o 5 legislature che durino effettivamente 5 anni l’una non si parlerà di musica e dei suoi problemi, come di quelli, in generale, della cultura tutta. È più che ovvio che ci saranno sempre ben altre priorità, ci arrivo da solo a capire che è più importante sciogliere il nodo delle pensioni, oppure decidere di vendere quore di minoranza di Fincantieri…
E mentre faticosamente (se tutto andrà bene) cambierà il clima culturale, la musica (popolare) in Italia continuerà a farsi strenuamente gli affari suoi.
Tutto questo avvenne dopo che il prof. Prodi aveva incontrato nei mesi precedenti diversi operatori del settore, dopo aver creato la Fabbrica del programma (che, per inciso, parlava genericamente di musica per un paio di righe…), dopo che SIAE e FIMI avevano promosso per il 1° marzo 2006 presso l’Hotel Royal di Sanremo (durante il Festival) gli Stati Generali della Musica, un incontro coordinato dal giornalista del Sole24ore Vincenzo Chierchia, con la partecipazione di numerosi operatori.
Nello schieramento opposto, Silvio Berlusconi, candidato premier della Cdl, noto amante delle battute di spirito a livello internazionale, dedicò nel suo libretto propagandistico qualche breve parola alla cultura, in particolare alla riapertura del Teatro La Fenice di Venezia ricostruito e al Teatro Alla Scala ristrutturato…
Praticamente il nulla!!!
Solo per fare un esempio, citato da molti: in Francia nel 1986 hanno creato il CIR (Centre d’information du rock et des variétés), una struttura che beneficiava del sostegno del Ministero della Cultura e della Comunicazione (ai tempi, di Jack Lang), del Segretariato di Stato per la Gioventù e lo Sport, oltreché della maggior parte delle organizzazioni professionali del settore musicale. Il CIR ha fornito un sensibile sostegno a tutti i soggetti attivi nel settore “Rock et Variétés modernes”, ai professionisti come ai dilettanti. Sin dall’inizio al CIR venne affiancato il FAIR (Fond d’Action et d’Initiative Rock), un programma di sostegno finanziario, di promozione e di consiglio alle attività dei giovani artisti francesi. Questo progetto, in oltre 20 anni, ha ottenuto buoni risultati, riconosciuti sia artisticamente sia politicamente, tanto è vero che in diversi Paesi, con governi di diverso colore politico, il progetto è stato preso ad esempio per intraprendere iniziative simili, a medio-lungo termine. Da questa esperienza francese sono nate altre attività, evolute e migliorate nel tempo, per esempio la creazione dell’Ufficio per l’esportazione della musica francese (Bureau Export), che ha aperto sedi in diverse capitali straniere ottenendo brillanti risultati, favorendo lo scambio musicale. In Francia qualcuno, soggetto decisamente politico, ebbe una visione: nacque la Cité de la Musique, vennero creati o ristrutturati spazi per la musica. Cos’era? Solo grandeur? No, più semplicemente il presidente François Mitterand, al primo dei suoi due mandati, affermò (non senza critiche) la sua idea di cultura francese.
I politici italiani invece non si occupano della cultura e forse è un bene, che un dio li benedica.
L’Italia culturalmente ha un patrimonio sterminato, che può produrre tanta ricchezza (attraverso la gestione corretta del turismo, delle arti, ecc.). Lo sa perfettamente chi, con fatica, lavora nel settore, produce cultura, si occupa di turismo culturale. Tanti anni fa Walter “sindaco de Roma” Veltroni propose un disegno di legge sulla disciplina delle attività musicali: non se n’è più fatto nulla. Si discusse anche di regolamentazione dello spettacolo dal vivo. Niente. E dell’insegnamento della musica nella scuola dell’obbligo ne vogliamo parlare?
Il bello è che nel 2007 ci sono attività professionali nel settore della musica (e dello spettacolo dal vivo) che in Italia non sono neanche riconosciute, è come se non esistessero. Nel settore musicale lavorano oltre 250.000 persone, con l’indotto si può raddoppiare, e il pubblico della musica è di milioni di persone. I nostri bravi musicisti e tecnici sono migliori dei loro colleghi stranieri, perché hanno dovuto superare un ostacolo: l’ignoranza diffusa. I politici, che dovrebbero occuparsi del bene comune, non devono certo trovare il modo di “assistere” la musica (e il resto della cultura italiana): devono solo mettere in condizione chi lavora di farlo al meglio e produrre ricchezza per il Paese, come succede in tanti altri settori che hanno avuto la fortuna di essere tenuti in considerazione. Si dice che dobbiamo “fare sistema”. Sistema di che?
Prima o poi, dovremo ritornare a votare. Ci sarà mai uno, di un qualsiasi partito, che un giorno si alza e inserisce nel suo programma, fra i suoi interessi “politici”, più di due righe sulla cultura in Italia?
La cultura (la musica) vive, con difficoltà, nella maggior parte dei casi alla faccia della politica italiana. Ieri il presidente Napolitano, a margine della sua visita in Portogallo, ha citato un messaggio pubblicitario, propaganda politica portoghese, che dice: parlare meno, fare di più.
Un concetto condivisibile. Con uno straordinario balzo dal particolare al generale, allargo il concetto: che i politici parlino meno, fra loro, con quegli orribili botta e risposta attraverso i media, di argomenti che non riguardano i cittadini e tornino invece a fare seriamente politica, di qualità.
Se no, tutti a casa!
“E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re,
fa male al ricco, al cardinale,
diventan tristi se noi piangiam…”
(“Ho visto un re”, di Dario Fo - Omicron).