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Qualche mese fa Pietro Folena, Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, in uno dei suoi interventi a favore di una nuova legge sulla musica, si pronunciò per cercare di fare in modo che la Rai (il servizio pubblico radiotelevisivo) dedicasse (più) spazio alla nuova musica italiana, quella prodotta dai giovani, che stentano a trovare una collocazione, televisiva o radiofonica che dir si voglia. L’invito, praticamente, era questo: che il servizio pubblico svolgesse il compito di servizio pubblico. Semplice no?
Bene. Da allora qualcosa è cambiato.
Un bel giorno il direttore di Rai Due, Antonio Marano, decide che il sabato, morto e sepolto qualche tempo fa “CD: live”, si deve creare un nuovo contenitore, principalmente musicale, che ha preso il titolo di “Scalo 76” (tutti i sabati, dalle 14, una lunga maratona in diretta, condotta da Daniele Bossari, con Maddalena Corvaglia, Paula Maugeri, una house band per settimana, tanti ospiti, classifiche, interviste, spazio web, di tutto un po’ quel che è giovanile). Partito da poco, a fine febbraio 2008 “Scalo 76” s’è beccato subito un premio come programma musicale televisivo dell’anno (sarebbe meglio dire: dei primi 2 mesi dell’anno…), assegnato dal MEI-Meeting Etichette Indipendenti in quel di Sanremo, “in quanto programma televisivo che apre finalmente le porte della tv pubblica a tutta la nuova scena musicale italiana, con particolare attenzione alla nuova scena indipendente e agli artisti emergenti in un orario di palinsesto di grande qualità”.
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Un altro bel giorno, sempre Rai Due decide che “X Factor”, il talent show che in Inghilterra ha scoperto e lanciato Leona Lewis, deve sbarcare in Italia. Su ITV in Inghilterra il programma fa una media di otto milioni e mezzo di spettatori, con uno share del 40%. Tanto per capire, l’X Factor è “quel talento speciale che trasforma una persona comune in una star”. Così lunedì 10 marzo, dopo affollate audizioni in alcune città d’Italia, la rete presenta in prima serata la prima puntata di questo format d’origine britannica, nato nel 2004. Ci sono 15 candidati alla vittoria finale, divisi in tre categorie (dai 16 ai 24 anni, over 25 e gruppi vocali); vivono a Milano, ripresi in un loft per Sky Vivo. Il programma, realizzato dalla Rai in collaborazione con Magnolia, si scontra rovinosamente con il “Grande Fratello” su Canale 5 e con una fiction su Rai Uno (“La vita rubata”, la storia di Graziella Campagna uccisa nel 1985 dalla mafia, protagonista Beppe Fiorello), uscendo prevedibilmente malconcio dal confronto. Forse non c’era neanche una possibilità di collocazione migliore in palinsesto, come poi ha spiegato il direttore Marano; fatto sta che nelle prime due puntate “X Factor” non è riuscito a raggiungere 2 milioni di ascoltatori (share inferiore al 10%), mentre la terza puntata ha raggiunto i 2.118.000 (con il 10,13% di share), 2.079.000 alla quarta puntata. Pian pianino cresce, poi riscende, ma sarà difficile che sfondi.
L’arrivo in Italia di “X Factor” porta ad una serie di considerazioni. “X Factor” in Inghilterra, come “American Idol” negli Stati Uniti, si trovano ad interagire con mercati (televisivi e musicali) completamente diversi da quello italiano. Nonostante negli USA le vendite di dischi siano crollate negli ultimi anni, quello statunitense resta comunque il più grande mercato del mondo: non fa i numeri di 10 anni fa, l’industria discografica è spiazzatissima e non guadagna più come un tempo, ma restano pur sempre le tracce (profonde) di una consistente tradizione nel lavoro musicale che noi ci sognamo, nel bene e nel male.
Lo stesso vale per l’Inghilterra, che ha un’enorme tradizione di scouting musicale, con un sistema chiaramente più piccolo di quello nordamericano, fatto di capacità costruite e approfondite in oltre 50 anni di attività, soprattutto dalla nascita del rock’n’roll e del mercato dei giovani in poi. Questo sistema era molto potente, è invecchiato, ha perso valore e potere, parte delle conoscenze le ha diffuse in tutto il mondo (anche da noi in Italia), ma tra i mercati sono rimaste differenze sostanziali (di grandezza, competenza professionale, numeri, ecc.).
Di ricerca scientifica di talento, in campo industrial-musicale, in Italia non si può più parlare, da anni, fatta eccezione in alcuni casi che confermano la regola. Nei luoghi dove accadono cose, raramente si vedono discografici, vecchi o nuovi. Nei locali c’è il pubblico della musica, ci sono gli artisti, i musicisti che si fanno un gran culo per passione, qualche volta con talento, altre volte senza, ma agli occhi di alcuni operatori del settore (totalmente assenti) non c’è differenza, tanto loro non ci sono. Nei locali non è facilissimo suonare, si fatica a trovare ingaggi, pagati poco o nulla, però si suona. Il livello medio si è innalzato: c’è tanta gente che canta e suona discretamente, magari senza personalità; la tecnologia a prezzi stracciati da un lato ha fatto evolvere la situazione, dall’altro l’ha tremendamente incasinata, ingolfata. Se ci fosse qualcuno a decidere seriamente cosa è buono e cosa no, cosa vale, forse sarebbe tutto più chiaro e sereno; così invece si naviga a vista, al buio, qualcuno molla tutto, qualcun altro raggiunge l’obiettivo, quasi per caso.
La domanda, in Italia, è questa: ma un artista che oggi vuole sfondare che cosa cerca? Un contratto discografico? Un produttore indipendente? Un manager? Un buon avvocato? Un gestore di una rete di locali che gli garantisca 30 date l’anno pagate? Insomma quali sono le prospettive di un potenziale astro nascente italiano? Vuole vivere di luce propria, oppure ha bisogno della luce spesso abbagliante che gli fornisce la tv?
Una risposta la fornisce proprio “X Factor”: il premio finale al vincitore dopo 12 puntate sarà un contratto discografico con una major del valore di trecentomila euro, ovvero l’importo dell’investimento destinato allo sviluppo dell’artista vincitore. Con la discografia nelle condizioni che sappiamo, è lecito chiedersi se ha senso un premio così. In Inghilterra forse sì, in Italia decisamente no. La definizione del premio finale è fondata sulle esigenze del format televisivo, su un modello di business morto o morente. Si può dare un premio già morto al vincitore?
Intanto i partecipanti al programma sono esposti per più di tre mesi al pubblico, c’è la striscia quotidiana in day time, c’è il reality su Sky: saranno famosi o almeno conosciuti; se proprio non li inviteranno a fare concerti, dischi, suonerie, almeno faranno serate in discoteca, come un qualsiasi Fabrizio Corona o un ex grande fratello. Bello no?
I giurati (Mara Maionchi, Morgan e Simona Ventura) sono veramente assortiti: fanno mestieri diversi, con competenze diverse; sono “personaggi di nota e comprovata credibilità nel mondo della musica e/o dello spettacolo, scelti e ritenuti idonei dalla produzione”. I tre giurati sono fondamentali: valutano artisticamente i candidati durante il casting, commentano e votano le esibizioni durante le puntate di prime time, decidendo per eventuali eliminazioni, propongono i nuovi concorrenti che entrano in gioco nella terza, quinta e settima puntata, e – pur non partecipando alla gara - sono i capitani delle tre squadre/categorie in cui sono divisi i concorrenti. Ogni giurato è anche mentore del talento artistico dei componenti la propria squadra ed è responsabile della loro preparazione canora e scenica. I tre giudici/coach si avvalgono della collaborazione di figure professionali (maestri di canto, coreografi, stilisti, ecc.) messi a disposizione dalla produzione; i concorrenti in gara sono tenuti ad attenersi alle indicazioni loro impartite dai giudici/coach e dai loro collaboratori. E, qualche volta, mal gliene incoglie.
Su questo terreno (professionalità, credibilità) chi ha realizzato “X Factor” in Inghilterra, come chi ha prodotto “American Idol” negli USA, ha fatto scelte professionali radicalmente diverse, toste, credibili. Da noi meno. Anche perché noi non abbiamo un Simon Cowell (per le ragioni che indicavo prima) né un Simon Fuller, ma avremmo comunque altri personaggi che sarebbe molto più corretto coinvolgere rispetto a Simona Ventura. Niente contro di lei: fa bene quello che sa fare, non altro. Morgan ovviamente è credibile, come Mara Maionchi (Aldo Grasso, sul Corriere della Sera, l’ha descritta come un simpatico incrocio nel modo di esprimersi fra Iva Zanicchi e Vanna Marchi), che ha fatto una parte di storia della discografia italiana (dalla Ariston alla Numero Uno, Ricordi, alla Fonit Cetra, fino alle produzioni curate con Alberto Salerno-Nisa).
Allora che senso ha tutto ciò?
Come si fa a credere che possa funzionare un programma che ricerca talenti quando alla fine di una qualsiasi esibizione i giurati si complimentano anche con chi ha ripetutamente e vistosamente stonato?
Certamente è possibile che chi stona abbia talento, ma chi stona sempre deve cercare di evitarlo, deve prepararsi, studiare; gli va detto che stona, non si può sorvolare su questo argomento, e se per caso c’è un problema tecnico in studio che fa stonare i cantanti allora quel problema va risolto.
Non c’è alternativa.
Tra diciotto “talenti” finora visti a “X Factor”, risalta Silvia, entrata alla terza puntata: bella voce, intonata, non ha personalità, ma almeno è molto brava, svetta su tutti.
“La musica in televisione batte sul Due” dice Francesco Facchinetti, il maestro di cerimonie del programma. Vero! Solo che batte male, ed è un peccato, perché i rari spazi per la musica in televisione bisogna giocarli bene, non buttarli via, non fornire indicazioni fuorvianti, diseducative.
Chi ha visto le striscioline pomeridiane dedicate al casting di “X Factor” si sarà accorto che ha partecipato alle audizioni una marea di persone senza il minimo senso di autocritica, come accade di frequente in questi casi. Basterebbe registrarsi e risentirsi, da soli, per capire che non è il caso. Che fai, ci provi? Ma se sei una pippa?!? Anche una pippa fa spettacolo, fa tristemente mostra di sé, per il divertimento del pubblico.
Siamo sicuri che si pensi alla musica quando la si porta in televisione?
Per esempio il devastante can can che si fa ogni anno sul Festival di Sanremo riguarda la musica, la canzone italiana? O cosa?