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Qualche mese fa Pietro Folena, Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, in uno dei suoi interventi a favore di una nuova legge sulla musica, si pronunciò per cercare di fare in modo che la Rai (il servizio pubblico radiotelevisivo) dedicasse (più) spazio alla nuova musica italiana, quella prodotta dai giovani, che stentano a trovare una collocazione, televisiva o radiofonica che dir si voglia. L’invito, praticamente, era questo: che il servizio pubblico svolgesse il compito di servizio pubblico. Semplice no?
Bene. Da allora qualcosa è cambiato.
Un bel giorno il direttore di Rai Due, Antonio Marano, decide che il sabato, morto e sepolto qualche tempo fa “CD: live”, si deve creare un nuovo contenitore, principalmente musicale, che ha preso il titolo di “Scalo 76” (tutti i sabati, dalle 14, una lunga maratona in diretta, condotta da Daniele Bossari, con Maddalena Corvaglia, Paula Maugeri, una house band per settimana, tanti ospiti, classifiche, interviste, spazio web, di tutto un po’ quel che è giovanile). Partito da poco, a fine febbraio 2008 “Scalo 76” s’è beccato subito un premio come programma musicale televisivo dell’anno (sarebbe meglio dire: dei primi 2 mesi dell’anno…), assegnato dal MEI-Meeting Etichette Indipendenti in quel di Sanremo, “in quanto programma televisivo che apre finalmente le porte della tv pubblica a tutta la nuova scena musicale italiana, con particolare attenzione alla nuova scena indipendente e agli artisti emergenti in un orario di palinsesto di grande qualità”.
Premium precox.
Un altro bel giorno, sempre Rai Due decide che “X Factor”, il talent show che in Inghilterra ha scoperto e lanciato Leona Lewis, deve sbarcare in Italia. Su ITV in Inghilterra il programma fa una media di otto milioni e mezzo di spettatori, con uno share del 40%. Tanto per capire, l’X Factor è “quel talento speciale che trasforma una persona comune in una star”. Così lunedì 10 marzo, dopo affollate audizioni in alcune città d’Italia, la rete presenta in prima serata la prima puntata di questo format d’origine britannica, nato nel 2004. Ci sono 15 candidati alla vittoria finale, divisi in tre categorie (dai 16 ai 24 anni, over 25 e gruppi vocali); vivono a Milano, ripresi in un loft per Sky Vivo. Il programma, realizzato dalla Rai in collaborazione con Magnolia, si scontra rovinosamente con il “Grande Fratello” su Canale 5 e con una fiction su Rai Uno (“La vita rubata”, la storia di Graziella Campagna uccisa nel 1985 dalla mafia, protagonista Beppe Fiorello), uscendo prevedibilmente malconcio dal confronto. Forse non c’era neanche una possibilità di collocazione migliore in palinsesto, come poi ha spiegato il direttore Marano; fatto sta che nelle prime due puntate “X Factor” non è riuscito a raggiungere 2 milioni di ascoltatori (share inferiore al 10%), mentre la terza puntata ha raggiunto i 2.118.000 (con il 10,13% di share), 2.079.000 alla quarta puntata. Pian pianino cresce, poi riscende, ma sarà difficile che sfondi.
L’arrivo in Italia di “X Factor” porta ad una serie di considerazioni. “X Factor” in Inghilterra, come “American Idol” negli Stati Uniti, si trovano ad interagire con mercati (televisivi e musicali) completamente diversi da quello italiano. Nonostante negli USA le vendite di dischi siano crollate negli ultimi anni, quello statunitense resta comunque il più grande mercato del mondo: non fa i numeri di 10 anni fa, l’industria discografica è spiazzatissima e non guadagna più come un tempo, ma restano pur sempre le tracce (profonde) di una consistente tradizione nel lavoro musicale che noi ci sognamo, nel bene e nel male.
Lo stesso vale per l’Inghilterra, che ha un’enorme tradizione di scouting musicale, con un sistema chiaramente più piccolo di quello nordamericano, fatto di capacità costruite e approfondite in oltre 50 anni di attività, soprattutto dalla nascita del rock’n’roll e del mercato dei giovani in poi. Questo sistema era molto potente, è invecchiato, ha perso valore e potere, parte delle conoscenze le ha diffuse in tutto il mondo (anche da noi in Italia), ma tra i mercati sono rimaste differenze sostanziali (di grandezza, competenza professionale, numeri, ecc.).
Di ricerca scientifica di talento, in campo industrial-musicale, in Italia non si può più parlare, da anni, fatta eccezione in alcuni casi che confermano la regola. Nei luoghi dove accadono cose, raramente si vedono discografici, vecchi o nuovi. Nei locali c’è il pubblico della musica, ci sono gli artisti, i musicisti che si fanno un gran culo per passione, qualche volta con talento, altre volte senza, ma agli occhi di alcuni operatori del settore (totalmente assenti) non c’è differenza, tanto loro non ci sono. Nei locali non è facilissimo suonare, si fatica a trovare ingaggi, pagati poco o nulla, però si suona. Il livello medio si è innalzato: c’è tanta gente che canta e suona discretamente, magari senza personalità; la tecnologia a prezzi stracciati da un lato ha fatto evolvere la situazione, dall’altro l’ha tremendamente incasinata, ingolfata. Se ci fosse qualcuno a decidere seriamente cosa è buono e cosa no, cosa vale, forse sarebbe tutto più chiaro e sereno; così invece si naviga a vista, al buio, qualcuno molla tutto, qualcun altro raggiunge l’obiettivo, quasi per caso.
La domanda, in Italia, è questa: ma un artista che oggi vuole sfondare che cosa cerca? Un contratto discografico? Un produttore indipendente? Un manager? Un buon avvocato? Un gestore di una rete di locali che gli garantisca 30 date l’anno pagate? Insomma quali sono le prospettive di un potenziale astro nascente italiano? Vuole vivere di luce propria, oppure ha bisogno della luce spesso abbagliante che gli fornisce la tv?
Una risposta la fornisce proprio “X Factor”: il premio finale al vincitore dopo 12 puntate sarà un contratto discografico con una major del valore di trecentomila euro, ovvero l’importo dell’investimento destinato allo sviluppo dell’artista vincitore. Con la discografia nelle condizioni che sappiamo, è lecito chiedersi se ha senso un premio così. In Inghilterra forse sì, in Italia decisamente no. La definizione del premio finale è fondata sulle esigenze del format televisivo, su un modello di business morto o morente. Si può dare un premio già morto al vincitore?
Intanto i partecipanti al programma sono esposti per più di tre mesi al pubblico, c’è la striscia quotidiana in day time, c’è il reality su Sky: saranno famosi o almeno conosciuti; se proprio non li inviteranno a fare concerti, dischi, suonerie, almeno faranno serate in discoteca, come un qualsiasi Fabrizio Corona o un ex grande fratello. Bello no?
I giurati (Mara Maionchi, Morgan e Simona Ventura) sono veramente assortiti: fanno mestieri diversi, con competenze diverse; sono “personaggi di nota e comprovata credibilità nel mondo della musica e/o dello spettacolo, scelti e ritenuti idonei dalla produzione”. I tre giurati sono fondamentali: valutano artisticamente i candidati durante il casting, commentano e votano le esibizioni durante le puntate di prime time, decidendo per eventuali eliminazioni, propongono i nuovi concorrenti che entrano in gioco nella terza, quinta e settima puntata, e – pur non partecipando alla gara - sono i capitani delle tre squadre/categorie in cui sono divisi i concorrenti. Ogni giurato è anche mentore del talento artistico dei componenti la propria squadra ed è responsabile della loro preparazione canora e scenica. I tre giudici/coach si avvalgono della collaborazione di figure professionali (maestri di canto, coreografi, stilisti, ecc.) messi a disposizione dalla produzione; i concorrenti in gara sono tenuti ad attenersi alle indicazioni loro impartite dai giudici/coach e dai loro collaboratori. E, qualche volta, mal gliene incoglie.
Su questo terreno (professionalità, credibilità) chi ha realizzato “X Factor” in Inghilterra, come chi ha prodotto “American Idol” negli USA, ha fatto scelte professionali radicalmente diverse, toste, credibili. Da noi meno. Anche perché noi non abbiamo un Simon Cowell (per le ragioni che indicavo prima) né un Simon Fuller, ma avremmo comunque altri personaggi che sarebbe molto più corretto coinvolgere rispetto a Simona Ventura. Niente contro di lei: fa bene quello che sa fare, non altro. Morgan ovviamente è credibile, come Mara Maionchi (Aldo Grasso, sul Corriere della Sera, l’ha descritta come un simpatico incrocio nel modo di esprimersi fra Iva Zanicchi e Vanna Marchi), che ha fatto una parte di storia della discografia italiana (dalla Ariston alla Numero Uno, Ricordi, alla Fonit Cetra, fino alle produzioni curate con Alberto Salerno-Nisa).
Allora che senso ha tutto ciò?
Come si fa a credere che possa funzionare un programma che ricerca talenti quando alla fine di una qualsiasi esibizione i giurati si complimentano anche con chi ha ripetutamente e vistosamente stonato?
Certamente è possibile che chi stona abbia talento, ma chi stona sempre deve cercare di evitarlo, deve prepararsi, studiare; gli va detto che stona, non si può sorvolare su questo argomento, e se per caso c’è un problema tecnico in studio che fa stonare i cantanti allora quel problema va risolto.
Non c’è alternativa.
Tra diciotto “talenti” finora visti a “X Factor”, risalta Silvia, entrata alla terza puntata: bella voce, intonata, non ha personalità, ma almeno è molto brava, svetta su tutti.
“La musica in televisione batte sul Due” dice Francesco Facchinetti, il maestro di cerimonie del programma. Vero! Solo che batte male, ed è un peccato, perché i rari spazi per la musica in televisione bisogna giocarli bene, non buttarli via, non fornire indicazioni fuorvianti, diseducative.
Chi ha visto le striscioline pomeridiane dedicate al casting di “X Factor” si sarà accorto che ha partecipato alle audizioni una marea di persone senza il minimo senso di autocritica, come accade di frequente in questi casi. Basterebbe registrarsi e risentirsi, da soli, per capire che non è il caso. Che fai, ci provi? Ma se sei una pippa?!? Anche una pippa fa spettacolo, fa tristemente mostra di sé, per il divertimento del pubblico.
Siamo sicuri che si pensi alla musica quando la si porta in televisione?
Per esempio il devastante can can che si fa ogni anno sul Festival di Sanremo riguarda la musica, la canzone italiana? O cosa?
Fateci caso: nel programma del PD (Partito democratico) la musica è citata di striscio solo un paio di volte, e il turismo si becca un generico “lo stato promuova l’Italia nel mondo”.
Forse avrete notato che nel programma del PDL (Popolo della libertà) si parla solo brevemente di legge quadro per lo spettacolo dal vivo e che si accenna genericamente alla promozione della creatività italiana, alla promozione delle “cittadelle della cultura e della ricerca”. E che il turismo, nello stesso programma, viene citato solo nei progetti per sollevare il sud, con “leggi obiettivo” speciali incentrate su turismo e beni culturali.
È ovvio, più che comprensibile che musica, spettacolo, arte, turismo, non possano essere elementi centrali in un programma politico, ma è semplicemente d’una povertà criminale che proprio in Italia nessun politico, nessun candidato primo ministro dedichi a queste miniere di ricchezza, grande patrimonio degli italiani, la giusta attenzione, anche nei programmi.
Chi svolge spesso con notevoli difficoltà mestieri legati alla musica, all’arte, allo spettacolo, al turismo, può sentirsi coinvolto dal messaggio politico?
Sono tante le persone che lavorano in questi settori, cittadini e lavoratori, elettori di cui non si tiene il minimo conto. Che mancanza di rispetto, che cecità!
Dietro questa realtà forse si nasconde un bene: tutto sommato, è meglio che sia così.
Politici lontani dal bello, in tutti i sensi.
“L'uomo che non ha musica dentro di sé, o che non è sensibile al concento di dolci melodie,
è pronto ai tradimenti, agl'inganni e alle rapine... Nessuno fidi mai in un uomo siffatto”.
William Shakespeare, Il mercante di Venezia
In viaggio verso Capri per partecipare a un laboratorio sulla "musica del Mediterraneo", nell’inverno 1992 riflettevo: ma esiste veramente una musica del Mediterraneo? C’è un progetto, un suono, un artista capace di rappresentare unitariamente quest’immensa, antica e ricca civiltà musicale?
A quindici anni di distanza, le valutazioni ovviamente non potrebbero più essere le stesse, sono accadute molte cose, le musiche del mondo hanno fatto tanta strada. Nello stesso tempo alcune considerazioni generali, che feci scrivendo nel gennaio 1993 per Stereoplay, rimangono ancora piuttosto attuali. Mi servono anche per ricordare con affetto chi allora m’invitò a partecipare a quel laboratorio, Gianluigi Di Franco, che oggi non c’è più, musicista e musicoterapeuta, una bella persona. Gianluigi (nato a Capri nel 1953) negli anni Settanta fu la voce del gruppo Cervello, nel quale esordì Corrado Rustici, il quale poi nel 1988 produsse il primo album solista di Gianluigi (che v’invito ad ascoltare, soprattutto “Luna” e “Una vela nell’azzurro”, stracantate!), dopo l’enorme successo di “Kalimba de luna” (1984) con Tony Esposito.
Qual’è oggi il suono mediterraneo che conosciamo meglio, cui siamo abituati? Quello della pubblicità televisiva della Buitoni (tortelloni), coi mandolini sintetici? Oppure quello più sano e genuino, anche se contaminato e discusso, della nuova Orchestra Italiana di Renzo Arbore, piena di veri mandolini e chitarre?
Siamo in Italia, nel cuore del Mediterraneo: vivremo presto in un’unica grande regione, senza più confini politici; già viviamo in un complesso sistema sociale che sta trasformando linguaggi, suoni, tradizioni, semplici abitudini, intere culture, a causa di forti flussi migratori. Sbarcando dall’aliscafo, sono salito sulla celebre funicolare caprese che s’inerpica sino alla piazzetta: durante il breve viaggio vengono diffuse le note di " 'O paese d’ ‘o sole" (canzone del 1925, musica di Vincenzo D'Annibale, versi di Libero Bovio), che recita: " ‘O treno steva ancora in’' ‘a stazione, quanno aggio ‘ntiso ‘e primme manduline".
Chiaro, no? Napoli, Capri, Mediterraneo, un’atmosfera, un suono, un’epoca, la canzone napoletana classica, capace di rappresentare tutto ciò. Paragonavo questa capacità evocativa, questa canzone, al presente (nota: ricordatevi che siamo nel 1993!): ad esempio a "Mediterraneo", di Mogol-Mango, "bianco e azzurro sei, con le isole che stanno lì, le rocce e il mare...", che sembra un’ottima colonna sonora per un messaggio pubblicitario di un ipotetico Ente per il Mediterraneo, destinato dalle nazioni a proteggere e valorizzare l’enorme ricchezza che contiene. Ho finito per spazientirmi, perché facendo inevitabilmente riferimento alla situazione italiana, al totale disinteresse per argomenti che riguardano cultura, arte, tradizioni popolari, mi scorrevano davanti agli occhi le immagini di Genova invasa dall’acqua al primo acquazzone, dopo tutto il denaro pubblico speso per le celebrazioni colombiane (il più grande "affare" degli anni ‘90, dopo i Mondiali di calcio) per garantire una sede adeguata a "Colombo ‘92-Esposizione di Genova", rimasta quasi al palo con un bel buco di 32 miliardi di lire d’incassi mancati! Questo, in Italia, è l’unico Mediterraneo che interessa.
Allargando il panorama ad altre nazioni, non è che la situazione migliori granché. In fondo per il V centenario della scoperta dell’America sono stati realizzati ben due film poco memorabili, "1492-La Conquista del Paradiso" di Ridley Scott e "Cristoforo Colombo: La Scoperta" di John Glen, produzioni da 50 milioni di dollari, mentre il Metropolitan di New York (mica il Carlo Felice di Genova!) ha commissionato una nuova opera in tre atti ("The Voyage") al compositore Philip Glass; sono stati organizzati grandi spettacoli e concerti "mediterranei" durante l'esposizione universale di Siviglia, strabiliante show planetario, ma oggi, a pochi mesi da tutto ciò, nulla è rimasto a confortare il Mediterraneo. Com’era prima, un mare culturalmente vivissimo, commercialmente morto, così è rimasto dopo.
Queste brevi considerazioni purtroppo vanno tenute presenti, perché non è proprio possibile separare la cultura dalla società, dal sistema in cui viviamo. La musica, come le altre arti, sembra essere l’ultima ruota del carro, soprattutto in tempi di crisi. Il bello è che l’Italia possiede almeno il cinquanta per cento delle opere d’arte di tutto il pianeta e nel bilancio statale per il 1991 (sappiamo quanto ricco!), questa ricchezza incalcolabile è stata valutata una cifra ridicola, poco più di duemila miliardi. Arte e cultura dovrebbero essere un patrimonio che non si può valutare (solo) a suon di miliardi, ma che può rendere tanti soldi: quel patrimonio è la nostra storia, anche il nostro suono e non basterà "Civiltà del Mediterraneo", una piccola e volenterosa immagine grafica sul libretto di "Amen" di Lucio Dalla a salvarci. Bisognerebbe imporre una bella dieta mediterranea (considerata la più equilibrata dagli scienziati della nutrizione) anche alla cultura, perché non servono a nulla le vaghe parole di un Ministro sull’importanza della canzone mentre nessuno si preoccupa, per dirne una, dell’Istituto Ernesto De Martino (Milano), che per 25 anni si è dedicato alla musica popolare in Italia circondato dal disinteresse generale e che ora non ha più neanche una sede dove ricoverare il frutto delle sue ricerche. Nell’era della World Music, della musica usata come collante fra le idee e i popoli, questa è una gravissima e colpevole mancanza d’attenzione.
In queste condizioni, come può nascere la nuova musica del Mediterraneo?
La curiosità e l’interesse ci sono: i segnali, dalle parti nostre, sono ciclici, dall’evoluzione del progressive nei primi anni Settanta (che trovava stimoli nelle tradizioni popolari, vedi PFM, Area, Canzoniere del Lazio, Mauro Pagani, Carnascialia, Tonino Esposito, esperimenti di world music), passando per il folk revival della Nuova Compagnia di Canto Popolare, attraverso la nascita della nuova canzone napoletana (Pino Daniele, Teresa De Sio), per arrivare dopo un lungo silenzio alle nuove produzioni mediterranee di artisti come Popularia, Shamal, Kunsertu, Kaballà, Tazenda, Tanit, Mauro Di Domenico, Gianluigi Di Franco, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, al capolavoro di Fabrizio De André "Creuza de Ma" o al rinnovato Murolo in compagnia di Enzo Gragnaniello.
Su altre coste suonano J.M.Serrat, Gipsy Kings, Ketama, Cheb Khaled, Joujouka, ecc. Il Mediterraneo, alle soglie del nuovo millennio, non ha ancora un suono, ma tanti suoni, diversi fra loro, che solo un genio utopista, politico e musicista, riuscirà ad unificare.
(Gennaio 1993)
La notizia è dei primi mesi dell’anno, arriva dagli Stati Uniti e vale la pena di ritornarci sopra e di approfondirla, perché questo ci aiuta a capire cosa sta succedendo nel mercato della musica.
Secondo dati della RIAA (The Recording Industry Association of America) sul profilo del consumatore, nel 2006 il 26,1% degli acquisti di musica registrata sono stati fatti dal pubblico sopra i 45 anni, con un aumento di circa il 15% rispetto al decennio precedente, quando questa fascia d'età contava molto meno.
Gli ultraquarantacinquenni sono figli del boom demografico (registrato tra la fine degli anni Quaranta e i primissimi anni Sessanta, oltre 78 milioni di cittadini, più di un quarto della popolazione americana) che, più in generale, controllano il Paese, sono attualmente ben piazzati ai principali posti di comando. Questo aiuta a spiegare anche il rinnovato successo (tra gli altri) di artisti come Bob Dylan, James Taylor, Rod Stewart, Tony Bennett. Dal profilo fornito dalla RIAA emerge anche che il rock (con il 34%) nel grande mercato americano è ancora il genere più amato, seguito dal country (13%), da rap/hip-hop (11,4%), pop al quinto posto col 7,1%, jazz al 2% e classica all’1,9%. Tra i consumatori, prevalgono di poco i maschi (50,4%).
A questi dati possiamo collegare quelli dell’associazione americana dei pensionati (AARP, American Association of Retired Persons), con 35 milioni d’iscritti sopra i 50 anni, età media 65 anni, non tutti necessariamente in pensione. AARP è un’organizzazione no profit che alla fin fine rappresenta esattamente il 25% del totale della popolazione USA, metà dei quali iscritti, che ricevono due volte al mese l’AARP Magazine, il quindicinale con la circolazione più alta del mondo. Questi sono “vecchietti” che comprano CD veri, non li scaricano da Internet, frequentano concerti con biglietti costosi, perché hanno un potere d’acquisto invidiabile, sono una bella fetta di mercato, senza precedenti nella storia. Succede oggi, negli Stati Uniti.
Arriviamo finalmente a noi. Col tempo, col solito ritardo, questo succederà anche in Europa. Quando accadrà, la fascia forse più interessante e numerosa non sarà più quella dei cinquantenni (giovanissimi!), ma dei sessantenni e oltre. Sapendolo fin da oggi, ci si potrebbe pure preparare (come accade nei Paesi che si possono dire civili), senza cadere come al solito dal pero fra qualche anno. Adesso in Italia i pensionati sono 15 milioni, un quarto della popolazione. Nei prossimi anni nel nostro Paese ci sarà un grande numero di persone sopra i 65 anni: nel 2010 saranno il 31,3% della popolazione attiva, contro la media del 27,3% dell’Unione europea. Già oggi il 17% della popolazione italiana supera i 65 anni: donne e uomini, ancora attivi, spesso in buone condizioni di salute, di spirito giovanile, con interessi e passioni, ampia disponibilità di tempo libero, il più delle volte fuori dal mondo del lavoro, pensionati risolti oppure con qualche problema economico, comunque consumatori a tutti gli effetti.
Chi ci pensa? Sono una grande forza, una potenza, una bella risorsa. Visto che tutto è regolato da interessi economici, se questi consumatori d’età avanzata non stramazzano prima per l’inarrestabile ascesa del costo della vita e per il diminuito potere d’acquisto, c’è qualcuno che pensa utilmente al loro intrattenimento, a musica, radio & tv, spettacolo dal vivo per loro, per le loro tasche, per i loro gusti? Penso allo spettacolo, all’entertainment, ma è ovvio che questa è solo una parte del tutto. Possibile essere così stupidi e imprevidenti da cominciare a rinunciare fin d’ora a circa un terzo del mercato?!?
Ora che il nodo sulle pensioni sembra sciogliersi, ora che Francesco Totti ha dichiarato definitivamente di rinunciare alla Nazionale azzurra e in Francia Jack Lang pur dissentendo da Sarkozy ha accettato di collaborare con il "Comitato dei 13 saggi" per modificare la Costituzione francese, uno spazietto per cominciare a parlare di una nuova legge italiana sulla musica finalmente ci sarà o no?
No, mi dicono di no, sento voci che dicono "abbiamo altre cose a cui pensare…".
La cosa dispiacerà a chi ha a cuore il problema.
il sito dove troverete il manifesto e le proposte sulla nuova legge
Amo la musica, è parte (importante) della (mia) vita. Parecchi sostengono che con la musica si possono cambiare le cose. Qualcosa, in effetti, è già successo, negli ultimi 50 anni.
Sarà mica che con una canzone risolviamo tutti i problemi?!? E attraverso la musica si fa politica?
Musica e politica hanno qualche rapporto, non facile… a seconda delle occasioni, almeno qui da noi, in Italia.
Per dire: pochi giorni prima delle elezioni politiche del 2006, il prof. Prodi incontrò gli operatori della musica (popolare) in Italia, a Roma e a Milano (titolo dell’incontro: “L’Unione fa la musica”, stimolato dall’attività di AudioCoop, organizzatore del MEI di Faenza), raccolse le loro opinioni, richieste (in fondo modeste) e ribadì che, qualora fosse andato al potere, avrebbe cercato di portare l’attenzione sui problemi che attraversa il settore.
Prodi sottolineò che, per poter fare questo, avrebbe avuto bisogno di individuare pochi referenti molto rappresentativi, che si creasse un movimento d’opinione (che di fatto esisteva già, potenzialmente), che ci fosse un coordinamento fra ministeri, e soprattutto che cambiasse il “clima culturale”… Stiamo freschi: per ottenere questo, dovranno passare molti anni, un paio di generazioni, che reimparino a pensare, a riflettere su educazione, istruzione, cultura, politica, etica…
Nella pura teoria, sono d’accordo anch’io col prof. Solo che questo vuol dire che per almeno 4 o 5 legislature che durino effettivamente 5 anni l’una non si parlerà di musica e dei suoi problemi, come di quelli, in generale, della cultura tutta. È più che ovvio che ci saranno sempre ben altre priorità, ci arrivo da solo a capire che è più importante sciogliere il nodo delle pensioni, oppure decidere di vendere quore di minoranza di Fincantieri…
E mentre faticosamente (se tutto andrà bene) cambierà il clima culturale, la musica (popolare) in Italia continuerà a farsi strenuamente gli affari suoi.
Tutto questo avvenne dopo che il prof. Prodi aveva incontrato nei mesi precedenti diversi operatori del settore, dopo aver creato la Fabbrica del programma (che, per inciso, parlava genericamente di musica per un paio di righe…), dopo che SIAE e FIMI avevano promosso per il 1° marzo 2006 presso l’Hotel Royal di Sanremo (durante il Festival) gli Stati Generali della Musica, un incontro coordinato dal giornalista del Sole24ore Vincenzo Chierchia, con la partecipazione di numerosi operatori.
Nello schieramento opposto, Silvio Berlusconi, candidato premier della Cdl, noto amante delle battute di spirito a livello internazionale, dedicò nel suo libretto propagandistico qualche breve parola alla cultura, in particolare alla riapertura del Teatro La Fenice di Venezia ricostruito e al Teatro Alla Scala ristrutturato…
Praticamente il nulla!!!
Solo per fare un esempio, citato da molti: in Francia nel 1986 hanno creato il CIR (Centre d’information du rock et des variétés), una struttura che beneficiava del sostegno del Ministero della Cultura e della Comunicazione (ai tempi, di Jack Lang), del Segretariato di Stato per la Gioventù e lo Sport, oltreché della maggior parte delle organizzazioni professionali del settore musicale. Il CIR ha fornito un sensibile sostegno a tutti i soggetti attivi nel settore “Rock et Variétés modernes”, ai professionisti come ai dilettanti. Sin dall’inizio al CIR venne affiancato il FAIR (Fond d’Action et d’Initiative Rock), un programma di sostegno finanziario, di promozione e di consiglio alle attività dei giovani artisti francesi. Questo progetto, in oltre 20 anni, ha ottenuto buoni risultati, riconosciuti sia artisticamente sia politicamente, tanto è vero che in diversi Paesi, con governi di diverso colore politico, il progetto è stato preso ad esempio per intraprendere iniziative simili, a medio-lungo termine. Da questa esperienza francese sono nate altre attività, evolute e migliorate nel tempo, per esempio la creazione dell’Ufficio per l’esportazione della musica francese (Bureau Export), che ha aperto sedi in diverse capitali straniere ottenendo brillanti risultati, favorendo lo scambio musicale. In Francia qualcuno, soggetto decisamente politico, ebbe una visione: nacque la Cité de la Musique, vennero creati o ristrutturati spazi per la musica. Cos’era? Solo grandeur? No, più semplicemente il presidente François Mitterand, al primo dei suoi due mandati, affermò (non senza critiche) la sua idea di cultura francese.
I politici italiani invece non si occupano della cultura e forse è un bene, che un dio li benedica.
L’Italia culturalmente ha un patrimonio sterminato, che può produrre tanta ricchezza (attraverso la gestione corretta del turismo, delle arti, ecc.). Lo sa perfettamente chi, con fatica, lavora nel settore, produce cultura, si occupa di turismo culturale. Tanti anni fa Walter “sindaco de Roma” Veltroni propose un disegno di legge sulla disciplina delle attività musicali: non se n’è più fatto nulla. Si discusse anche di regolamentazione dello spettacolo dal vivo. Niente. E dell’insegnamento della musica nella scuola dell’obbligo ne vogliamo parlare?
Il bello è che nel 2007 ci sono attività professionali nel settore della musica (e dello spettacolo dal vivo) che in Italia non sono neanche riconosciute, è come se non esistessero. Nel settore musicale lavorano oltre 250.000 persone, con l’indotto si può raddoppiare, e il pubblico della musica è di milioni di persone. I nostri bravi musicisti e tecnici sono migliori dei loro colleghi stranieri, perché hanno dovuto superare un ostacolo: l’ignoranza diffusa. I politici, che dovrebbero occuparsi del bene comune, non devono certo trovare il modo di “assistere” la musica (e il resto della cultura italiana): devono solo mettere in condizione chi lavora di farlo al meglio e produrre ricchezza per il Paese, come succede in tanti altri settori che hanno avuto la fortuna di essere tenuti in considerazione. Si dice che dobbiamo “fare sistema”. Sistema di che?
Prima o poi, dovremo ritornare a votare. Ci sarà mai uno, di un qualsiasi partito, che un giorno si alza e inserisce nel suo programma, fra i suoi interessi “politici”, più di due righe sulla cultura in Italia?
La cultura (la musica) vive, con difficoltà, nella maggior parte dei casi alla faccia della politica italiana. Ieri il presidente Napolitano, a margine della sua visita in Portogallo, ha citato un messaggio pubblicitario, propaganda politica portoghese, che dice: parlare meno, fare di più.
Un concetto condivisibile. Con uno straordinario balzo dal particolare al generale, allargo il concetto: che i politici parlino meno, fra loro, con quegli orribili botta e risposta attraverso i media, di argomenti che non riguardano i cittadini e tornino invece a fare seriamente politica, di qualità.
Se no, tutti a casa!
“E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re,
fa male al ricco, al cardinale,
diventan tristi se noi piangiam…”
(“Ho visto un re”, di Dario Fo - Omicron).