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A distanza di qualche puntata, un aggiornamento sul programma di Rai Due è opportuno.
Ieri sera, martedì 6 maggio, è andata in onda la nona puntata: è piuttosto singolare dover constatare che si alternano puntate sì e puntate no, senza logica, apparentemente. Di solito nei programmi dove si cimentano talenti, per giunta dal vivo (in diretta), col passare del tempo lo spettacolo in generale migliora, matura. A “X Factor” questo non accade: quella di ieri ad esempio è stata una puntata deludente, in tono minore. I meccanismi, piuttosto ripetitivi, funzionano, sono gestiti bene, anche se lo show alla fine risulta troppo lungo, noiosetto. Artisticamente invece è stata una delusione: concorrenti non al meglio delle loro possibilità, brani discutibili, alcuni arrangiamenti riusciti, altri no. Cresce costantemente il confronto/scontro fra i tre giudici/capi squadra (fa parte del gioco), che spesso forniscono ai concorrenti e al pubblico televisivo dei non-giudizi. Non è che tutto ad un tratto con l’avvento di questo programma ci si aspettasse “la verità”, persino i cosiddetti reality in tv rappresentano la realtà, non sono la realtà, per cui è inutile pretendere l’impossibile proprio da “X Factor”. Nella situazione attuale va considerato attentamente un fatto: la condizione della musica sta declinando, per una lunga serie di motivi, e oggi realizzare un talent show musicale comporta maggiori responsabilità di un tempo. Non si deve assolutamente rischiare di diseducare il pubblico al giudizio, bisogna essere chiari e corretti, non tacere la realtà, non essere approssimativi, è necessario far capire cos’è bello, cos’è brutto, pena la morte. Anche gli artisti finiscono col farsi delle strane idee se giudicati approssimativamente e secondo me questo è quello che sta succedendo a “X Factor”. Loredana Berté, ospite ieri sera, diceva: “Paura!”, commentando la bravura dei concorrenti, chiedendo dov’erano stati rinchiusi fino adesso. È pieno il mondo di gente che canta, che compone, che vorrebbe fare tutte e due le cose. Dove stanno?
Dappertutto! In teoria, basta aprir loro la porta, dargli spazio e saper scegliere, indirizzando per il meglio. Forse Berté si chiede com’è che ci sono potenziali artisti che non hanno spazio… e questo è un altro problema, che affonda le sue radici molto lontano, nella mancanza di cultura e in tante altre brutte cose che caratterizzano certi ambienti italiani, oppure l’Italia tout court degli ultimi 40 anni.
Completerei notando che la star nei programmi tv non è più il protagonista, il conduttore, l’artista ospite, ecc.: la star è il programma stesso! Contano (relativamente) poco Simona Ventura, Morgan, Mara Maionchi, figurarsi i concorrenti! Giorgia, Berté… nulla. La vera star è “X Factor”.
Detto questo, ci sono anche lati positivi e interessanti. “X Factor” ha portato i concorrenti in giro, li ha fatti ospitare nelle radio, alcuni sono stati ospiti al Blue Note di Milano, dove si sono esibiti dal vivo, tutti passi sacrosanti per cercare di far crescere un artista attraverso l’esperienza. Molto bene.
Quando però gli artisti che vediamo in tv non cantano più cover famose, ma brani originali, allora spesso casca l’asino: non c’è repertorio originale di qualità, sono solo state esibite qualità vocali, interpretative, ma compositivamente è un disastro. Se uno dei concorrenti dovesse uscire con successo dalla tv per tentare la carriera, con quale repertorio lo farebbe? Ci hanno saziato di cover, è evidente il motivo (favorire il confronto su brani noti), non sappiamo quasi nulla di cosa scrivono i nuovi talenti, ma sul fronte compositivo “X Factor” non ha fatto niente. E in Italia ormai quasi tutti compongono per se stessi, tranne eccezioni che confermano la regola. Chi fornisce repertorio originale di qualità? Esistono ancora gli interpreti puri? Ci sarebbe lo spazio per un nuovo Morandi oggi? Senza dimenticare che per diventare autori/compositori maturi ed efficaci ce ne vuole! Altro che 12 puntate!!!
Onore a Rai Due, che correndo dei bei rischi sta cercando di affermare una linea musicale della rete, mentre nessun altro soggetto tv generalista lo fa. Molto probabilmente i recenti risultati elettorali finiranno per rafforzare la volontà del direttore Marano, che dovrà comunque fare i conti coi numeri, a meno che i numeri per una volta abbiano meno importanza. Per far crescere una linea, per poterla affermare definitivamente, bisogna avere il coraggio e la forza di portarla avanti anche contro numeri sfavorevoli (in termini di audience), ci vuole tempo, ci vogliono investimenti, come in tutte le imprese che si rispettino. Purtroppo bisogna pure avere le spalle coperte, politicamente.
Chiedo: se la Lega remasse per la musica, forza Lega?
Basta che i fucili se li ficchino in quel posto!
Detto, fatto: mi dicono che a qualcuno è esploso il buco. Boooooom…
La sensazione, a una settimana dall’esordio, è questa: che abbiano programmato una library di brani, spinto play, shuffle, e siano andati via. Non mi sono segnato con precisione la sequenza dei brani, ma il repertorio per ora non è vastissimo, ampiamente ripetitivo, suono molto conservatore, non osa mai più di tanto. Quasi come se fossero partiti senza essere veramente pronti. Non è una radio: è un player mp3, con news.
Hi! I’m teofrasto and the music I would like to love should be on Virgin Radio…
Neanche due anni fa nacque Play Radio, al posto di RIN. A fine giugno 2007 Play Radio ha terminato le trasmissioni. Lavori in corso. E il 12 luglio, alle 12, è nata sulle sue frequenze Virgin Radio, anzi meglio “vergin rediou”.
La chiusura di una radio, amata o meno dagli ascoltatori, non è mai una bella storia. Su questa in particolare, senza tirare in ballo inutilmente i gusti personali, qualche parola vale la pena di spenderla, proprio perché radio è bello, è un business maturo, il mezzo sta invecchiando, il mercato in Italia è saturo e apparentemente nessuno fa niente per cambiare la situazione, nessuno è veramente capace di farlo.
Luca Viscardi, indiscutibilmente un professionista esperto, con Play Radio (da lui diretta sin dagli esordi) si è ritrovato accanto RCS MediaGroup (di cui RCS Broadcast fa parte) e RCS radiofonicamente non è un buon editore (a parte le news). Che cosa avrebbe potuto fare Viscardi (e con lui tutti quelli che hanno lavorato a Play Radio)? Avrebbe potuto cambiare il destino di una radio nata male, da valutazioni quantomento discutibili? Non poteva finire diversamente da com’è finita, salvo sorprese che non si verificano di frequente. L’errore lo ha commesso l’editore.
La domanda fondamentale, secondo me, è questa: quando si vara il progetto editoriale di una nuova radio, che tipo di proposta si può fare? Dopo seguono altre domandine, da nulla: quale sarà il formato, quali i contenuti, con questi contenuti che raccolta pubblicitaria si potrà fare, quale sarà la concessionaria più adatta, saremo in concorrenza (stretta e/o diretta) con altre radio, saremo una radio “d’immagine” o “di contenuti”, quali sinergie si possono avere con gli altri mezzi dell’editore, ecc. Le risposte, accurate o meno, possono cominciare a fare la differenza fra una radio e l’altra.
RCS inizialmente con Play Radio predicava una radio diversa, naturalmente non al 100%, ma comunque differente in parte dalle altre. Purtroppo non è stato così: poco tempo a disposizione, forse poca volontà, incapacità, non saprei, giudico solo il risultato. Fatto sta che, messi da parte i gusti personali (musicali), le preferenze per un dj o per una voce, vorrei veramente sapere quale differenza c’era fra Play Radio e le altre.
Un’altra domanda: ha senso al giorno d’oggi fare una nuova radio come le altre? Probabilmente la risposta è no, ma gli editori radiofonici se la fanno sotto, hanno una fifa fregata d’investire in un progetto veramente diverso, perché il pubblico (quale?) vuole sempre quella cosa lì (quale? No, non quella che avete immaginato, un’altra…) e se non l’ottiene crolla l’ascolto, crolla la pubblicità. Allora morta una radio, se ne fa un’altra.
RCS nel 2007 non vuole uscire dal business radiofonico, in un certo senso insiste, desidera “presidiare” l’attività radiofonica (rimane lì, per vedere che cosa succede, lasciando fare ad altri, che forse è meglio)… e cede Play Radio, entra in Finelco, che trasforma Play Radio in Virgin Radio, una radio rock, con un marchio famoso al debutto in Italia, Richard Branson insieme agli esperti Hazan (e al socio RCS, che presidia col suo 34,6%). Direttore artistico: Ringo. A modo suo simpatico dj, pratico, ma di un’ignoranza abissale (parlo di cultura/conoscenza di base). Inutile formalizzarsi più di tanto: lui l’immagine ce l’ha, un minimo anche televisiva, ogni tanto fa l’opinionista (lavoro diffusissimo), è già in scuderia… si può fare. Una grande radio rock effettivamente manca. Che poi sia opportuno farla, questo è tutto un altro discorso, ma in ogni caso questa ipotesi di contenuto musicale è diversa da Play Radio, come da tante altre radio esistenti.
In due anni si è passati da RIN (finita sul web) a Play Radio, a Virgin Radio. Complimenti! Uno straordinario triplo salto mortale. Perché è stato possibile fare questo, mentre non è possibile fare una radio veramente diversa, che attualmente non c’è? Ognuno decide d’ammazzarsi (o di rischiare di farlo) come preferisce, investendo parecchio denaro.
Se il mercato è saturo, forse avrebbe senso fare scelte più coraggiose (non è roba da editori, a quanto pare…) e cercare di affermare nel tempo (minimo tre anni) un vero progetto che colmi alcune lacune (musicali, informative) delle radio già esistenti. Sento già le voci: ma insomma, che razza di radio vorresti? Ho una sola risposta: sicuramente non la radio che già posso ascoltare su un’altra frequenza, uguale a quella accanto e accanto ancora. Non è possibile ascoltare quasi sempre la stessa musica, tutto il giorno, 24 ore su 24, salvo rare e povere eccezioni, insieme a tante chiacchiere, spesso vuote, inutili. Sul resto (che è tanto), possiamo discutere, tentare di bilanciare contenuti, correndo dei rischi. Naturalmente non voglio neanche una radio d’immagine, rimpinzata di personaggi più televisivi che altro, che devono imparare ad avere un rapporto con un mezzo molto diverso e spesso finiscono per non saper fare radio, esattamente come non sanno fare teatro o altro. Sennò metteteci Fabrizio Corona a fare radio, magari una radio tutta sua, tanto con l’immagine che hanno contribuito a creargli (le connivenze sono peggio di lui) qualcuno l’ascolterebbe pure. Non vorrei rischiare di aver suggerito l’idea a qualcuno, che magari la mette pure in pratica! Non si sa mica come va il mondo: le sorprese, anche quelle più turpi, stanno dietro l’angolo.
E “vergin radiou”, in tutto questo? In bocca al lupo al suo “style rock”.
Ma una riflessione più seria e profonda sulla radio in generale, prima o poi, bisognerà pur farla, per cercare di capire se quello che sta succedendo è un caso oppure no. Mi piace la radio, ascolto di tutto, FM, web radio, ho le mie preferenze ma non sono esclusive: apprezzo tutto ciò che funziona, che mi trattiene all’ascolto, pur con delle preferenze, per cui sono irrimediabilmente destinato allo zapping radiofonico.
I ragazzi che ascoltano la radio stanno diminuendo? Non c’è ricambio generazionale nel pubblico della radio? Signori, è ovvio che sia così, in questa situazione “bloccata”, proprio come l’ineffabile politica italiana. Siamo bloccati. Gran democrazia! Evidentemente un popolo (i più) che ha deciso di non contare nulla. Con editori in crisi, tra i quali alcuni scarsamente capaci, come tante altre categorie d’imprenditori, di lavoratori. Dicevo editori, non investitori, badate bene!
È proprio il caso di dire che abbiamo le radio (e gli editori, e tante altre cose) che ci meritiamo. Mark Twain scriveva: “Tutto quello che ti occorre nella vita è ignoranza e fiducia; dopo di che il successo è sicuro”. Appunto!