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Sono un ammiratore di Pino Daniele, soprattutto fino all’album “Bella ‘mbriana” (1982); amo di meno il periodo pop anni Novanta (pur con qualche gemma qua e là), ho apprezzato tantissimo nel 2004 “Passi d’autore” del Pino Daniele Ensemble con il Trio di Peter Erskine. Dagli anni Ottanta, l’ho sempre seguito dal vivo, con tante formazioni diverse, oppure da solo, voce e chitarra. Quasi 30 anni di passione, stima e amicizia nei suoi confronti, pur con alti e bassi artistici, mi hanno portato a guardare con curiosità e interesse il concerto trasmesso ieri sera, martedì 8 luglio 2008, in prima serata su Rai Uno, da Piazza del Plebiscito, Napoli.
Un concerto reunion, che ha celebrato 30 anni di attività, che prima doveva svolgersi allo Stadio San Paolo, poi ha cominciato a migrare, è stato spostato all’Ippodromo di Agnano, infine ha trovato pace in Piazza, 25 euro posto unico per il pubblico presente. Il giorno dopo le cronache hanno riportato 50.000 spettatori, dalla tv francamente sembravano di più.
Inizio alle ore 21 e 21 circa. “Questo programma è presentato da… Riso Flora insalata veloce”, sponsor. Si apre il collegamento con Napoli, presenta Milly Carlucci, precisa, professionale come sempre, che lancia la musica. Credo sia lecito attendersi la trasmissione del concerto, in diretta. Invece no, o meglio sì, solo che almeno fino alla seconda interruzione pubblicitaria, sul più bello, mentre Pino e le sue band suonavano, nel mezzo di un brano, stacco su Milly Carlucci, che ci parlava del fine sociale del concerto (sensibilizzare i napoletani sulla raccolta differenziata) e intervistava ospiti. Questo è accaduto più volte, dalla seconda interruzione pubblicitaria sino alla fine del collegamento gli stacchi nel backstage per fortuna sono diminuiti.
Ora secondo voi perché uno sceglie di guardare questo programma su Rai Uno?
Perché suona Pino Daniele con i suoi, no?
E allora lasciatelo suonare e concentrate tutti gli interventi parlati in posizioni meno fastidiose e invadenti. E’ un concerto sì o no?
Il concerto c’è, si sta svolgendo, ma la televisione vuole fare per forza un’altra cosa. Potrebbe essere riprendere il concerto, ma siccome è la soluzione più semplice e scontata, che negli ultimi anni in termini di ascolto non ha pagato, allora bisogna fare altro. Cosa?
Rompere i coglioni. Mica facendo spettacolo, ma interrompendo, stracciando, sporcando, distruggendo la musica con le parole, che possono pure essere giuste, ma qui impediscono inevitabilmente di vedere e sentire Pino Daniele.
Il quale sul palco non sembrava tranquillo e disteso, non se la godeva (almeno inizialmente): pareva svogliato, scombinato, la voce non perfettamente a fuoco nel microfono, intonazione approssimativa, come pure quella dei numerosi ospiti (tranne Chiara Civello, intonata).
Suoni non male, bei musicisti, tutti. Bravissimo Juan Carlos, armonicista strepitoso e buon violinista. Il momento migliore: “Soleluna”, che non è il brano migliore, ma bel suono, rotolante, con la band più compatta (Golino-Garrison-Podio-Daniele-Colasanti) e misurata.
Non sono convinto, nonostante i 2.909.000 ascoltatori su Rai Uno, che sia stato reso un buon servizio a Pino Daniele. Dovrebbero riflettere su questo le persone che lavorano per lui, i produttori del concerto.
Non è stato reso un buon servizio neanche alla televisione: se annunciate un concerto, per favore vedete di mandare in onda un concerto, punto. Se no non lo fate proprio, se avete paura degli ascolti della musica in tv. Non nascondiamoci dietro a un dito: così alla fine è stato un brutto concerto e brutta televisione, nonostante la regia dignitosa di Egidio Romio.
Chi glielo ha fatto fare poi a Pino di chiamare Gigi D’Alessio come ospite, coperto di fischi ad ogni apparizione. Certi screzi il pubblico di Pino evidentemente non li può proprio dimenticare. Però sembra averli voluti dimenticare Pino. E allora?
Il messaggio era: Napoli non è una carta sporca. Con questo concerto, ha dichiarato Pino, la musica torna ad essere utile, ad avere uno scopo sociale. Niente in contrario. Dal 9 luglio 2008 in poi i napoletanti tutti saranno più responsabilizzati sulla questione rifiuti e su tutte le altre contraddizioni che caratterizzano la città e il territorio; il povero Bertolaso, l’ottimo Berlusconi, la pigolante Russo Iervolino, Bassolino non dovranno più fare sforzi, città linda e profumata, ripulita da tutte le nefandezze della sua storia affascinante.
Personalmente so solo che da ieri sera non mi va più giù il Riso Flora insalate veloci, sono sempre più convinto che Rai Uno sia in cattive mani, di chi sa poco o nulla di spettacolo; se ci azzecca, è un caso. E i numeri, gli ascolti, anche quando sono vincenti, non provano affatto la competenza di qualcuno. La musica in tv, anche quando s’annuncia tale, non è musica. Il lavoro sui grandi artisti che abbiamo rischia di essere rovinoso se passa per questa televisione ignorante e maleducata.
Strano però che sia disposto a scendere televisivamente così in basso un artista come Pino Daniele, 30 anni di onorevole carriera sulle spalle, meraviglioso chitarrista, enorme autore/interprete della canzone italiana. Che tristezza infinita!
Certo che viene da pensare, a guardare la tv.
A neanche un mese dall’inizio di “X Factor” su Rai Due, su Rai Uno è partito “Ti lascio una canzone”, show del sabato sera, presentato da Antonella Clerici, durante il quale 20 giovani talenti tra i 10 e i 15 anni interpretano le più belle canzoni italiane.
Questo programma, al contrario del talent show proposto da Rai Due, non è un format internazionale, va in onda dal Teatro Ariston di Sanremo, la musica viene suonata dal vivo da una bella orchestra di 30 elementi diretta dal M° Leonardo De Amicis, utilizza la scenografia ereditata dall’ultima edizione del Festival di Sanremo, gli artisti sono giovanissimi (e piuttosto bravi), più giovani di quelli di “X Factor” (che partono dai 16 anni), ad ogni puntata c’è un ospite che viene a incoraggiare e premiare bimbi e ragazzi che si esibiscono. Nella prima puntata c’è stata Liza Minnelli, nella seconda Paul Anka, miti superstagionati. Produce Rai Uno con Ballandi Enterteinment.
Qui gareggiano le canzoni, la competizione non è fra gli interpreti, che non vinceranno un contratto discografico. Sul palco è presente una giuria di esperti, composta da tre membri. Tra i due programmi, evidentemente, c’è qualche punto di contatto.
Domande.
1- Possibile che le due reti decidano di confrontarsi nello stesso periodo, in prima serata, più o meno sullo stesso terreno?
2- Che cosa gli è passato per la testolina al direttore Fabrizio Del Noce, che è partito dopo il suo omologo Antonio Marano?
3- Che mestiere fa in Rai chi coordina i palinsesti televisivi?
Non oso rispondere ai primi due interrogativi.
Al terzo, azzardo un ipotesi: chi coordina i palinsesti è un genio.
Un’ultima considerazione: tra i 20 giovanissimi ce ne sono diversi che cantano molto bene, totalmente privi di personalità, che almeno non stonano.
Voglio raccontarvi una storia, che è stata tenuta segreta per oltre 40 anni. Se George Martin era il quinto Beatle, per l’importanza che hanno avuto le sue intuizioni tecnico/musicali sul suono del quartetto di Liverpool, Gigi Marzullo era (ma nessuno lo sa) il sesto Beatle.
Dovete sapere che Gigi ancora ragazzo partì da Avellino per proseguire i suoi studi in Inghilterra, a Londra, dove grazie a un amico entrò in contatto con i Beatles, che verso la fine del 1965 lo vollero con sé, una sorta di mascotte, per cercare di allentare le tensioni che ogni tanto si creavano all’interno del gruppo. Marzullo già allora le sparava grosse, diciamo che si preparava al vuoto che avrebbe riempito trasmissioni come “Mezzanotte e dintorni”, “Sottovoce”, e questo rilassava molto i Beatles.
Volete le prove? Eccole: nel 1966 Lennon-McCartney presero lo spunto da una frase pronunciata da Marzullo per intitolare il brano “Tomorrow Never Knows” (da “Revolver”). Il primo verso di “Good night” (da “The Beatles”, del 1968) viene da una dritta geniale di Gigi: “Now it’s time to say good night, good night sleep tight”. Non per niente la cantava Ringo! Ancora: si è sempre detto che i Beatles si sciolsero per problemi di soldi, per l’influenza negativa di Yoko Ono… Non è vero: i Beatles si sono sciolti per colpa di Marzullo, che nel 1970 ne sparò una po’ troppo grossa e loro s’incazzarono una buona volta. Lui però, Gigi, ancora oggi porta i capelli come i Beatles, nel 1970, non si è dimenticato di quell’incredibile avventura. Fine della storia.
Giorni fa vedo uno spot su Rai Uno, che lancia una puntata di “XX secolo: testimoni e protagonisti” dedicata ai Beatles, di Gigi Marzullo e Gianni Bisiach, martedì 31 luglio, ore 23,40.
Vuoi vedere che adesso Gigi svela a tutti il gran segreto che ha custodito religiosamente per tanti anni? Dopo aver visto il programma, devo dire che non conteneva nulla di tutto questo, purtroppo. Immagino dovesse essere un programma culturale, quantomeno riservato all’approfondimento, visto l’orario. Nulla, neanche di questo. Aiuto!
“Help!!! I need somebody…
Help! Not just anybody,
help! You know I need someone…”
Cominciamo dai titoli: un programma di Gigi Marzullo e Gianni Bisiach… Casomai sarebbe giusto l’ordine opposto, di Gianni Bisiach e Gigi Marzullo, in ordine alfabetico, di età, per una forma di sano rispetto professionale. Andiamo avanti: Marzullo e Bisiach seduti, con tre ospiti in studio (la conduttrice tv Veronica Maya, il filosofo Giacomo Marramao, la giornalista e scrittrice Laura Laurenzi), più l’ambasciatore Aragona in collegamento da Londra, da un altro studio Peppino Di Capri (che aprì i concerti dei Beatles in Italia, nel 1965), Anselma Dell’Olio in collegamento telefonico. Marzullo guida le danze, nel vuoto, introduce Bisiach che per fortuna dei telespettatori almeno mostra filmati di repertorio (quando intervistò i Beatles a Londra nel 1963, la consegna dell’MBA nel 1965, un filmato di “TV7” andato in onda nel 1968 che racconta i Beatles in India, l’uccisione di Lennon a New York nel 1980, ecc.). Il tutto per un’oretta abbondante di trasmissione, durante la quale nessuno si è azzardato a fare un discorso serio sull’impatto che hanno avuto i Beatles sulla musica, sulla società: solo considerazioni banali, il prof. Marramao ci ha provato ad approndire, ma Gigi Marzullo affondava impietosamente il dito, slabbrando la ferita con mirabolanti interrogativi, tipo “che cosa hanno dato (o tolto) i Beatles alla musica italiana? Tanto quello che hanno dato al mondo lo sappiamo…”, oppure “i Beatles sono un mito di ieri, di oggi, di domani, di sempre?”. Ma vaffanculo va!
C’è un fatto che non riesco proprio a mandare giù: nella cosiddetta rete ammiraglia del cosiddetto servizio pubblico radiotelevisivo (per curiosità, andate a leggere cosa dice il contratto di servizio 2007-2009, poi ne riparliamo) Gigi Marzullo, da tempo, è il cosiddetto responsabile della cosiddetta cultura.
Io nel mio piccolo, pago 104 euro di canone radiotv alla Rai: non è una cifra altissima, ma in cambio voglio qualcosa. E qualcosa ho in cambio, non posso negarlo: ore e ore di cosiddette trasmissioni. Sui doveri del servizio pubblico, sulla qualità di alcuni programmi, vorrei poter discutere, ma i vertici aziendali sono troppo impegnati a citare la BBC come buon esempio di servizio pubblico, anche per le nuove tecnologie, in materia di digitale terrestre, ma evidentemente non sanno quello che dicono, oppure parlano ma non sono assolutamente capaci di fare.
Gigi Marzullo alla cultura però no, non l’accetto proprio. Di quale cultura parliamo? Chi gli ha dato questo incarico? Chi se ne rende responsabile? Che ne dice per esempio Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, che sui programmi culturali potrebbe sicuramente esprimere un parere qualificato?
Sempre ieri sera Rai Due ha dedicato la serata a Michelangelo Antonioni, mandando in onda “Zabriskie Point” e “Blow-up”. L’annunciatrice ha avvisato: “Si consiglia la visione a un pubblico adulto”. E perché, di grazia?
Piuttosto vietate a tutti la visione di Marzullo, che è meglio, ignoranti!
Prima Michel Serrault, poi Ingmar Bergman, adesso Antonioni!
Fondamentalmente sono ricordi, perché pure Antonioni smise di fare vero cinema tanti anni fa.
Però restano le opere, una grande eredità. Ero troppo piccolo per poter apprezzare i film dell’incomunicabilità, ma sufficientemente grande per accorgermi di “Blow-up” (1966), premiato con la Palma d’oro al Festival di Cannes, candidato all’Oscar; colonna sonora di Herbie Hancock, ma soprattutto c’erano gli Yardbirds con “Stroll On”, Londra negli anni più intensi.
Il cinema cattura per le immagini, le storie, ma anche per la musica che accompagna la narrazione.
E ci sono registi nella storia del cinema che hanno avuto un grande impatto sul suono, per come lo hanno usato, per quello che hanno scelto. Allora “Zabriskie Point” (1970), girato negli Stati Uniti, con una ricca colonna sonora nella quale dominavano i Pink Floyd (“Careful With That Axe Eugene” e altri brani), insieme a Kaleidoscope, Rolling Stones, Youngbloods, Jerry Garcia, Grateful Dead, John Fahey.
Nel 1973 mi colpì profondamente il documentario per la tv girato l’anno prima, in compagnia di Andrea Barbato, “Chung Kuo/Cina”, in onda su Rai Uno, che scatenò le critiche della sinistra e dei cinesi: immagini bellissime, la politica non c’entrava un tubo.
Qualche altro film, il video musicale di “Fotoromanza” (1984) di Gianna Nannini, girato in elettronica, con molti interventi sul colore, le collaborazioni con Wenders, Soderbergh. Dopo la malattia (1985), che gli tolse l’uso la parola, lasciava senza respiro il suo sguardo, triste e pieno di vita, di voglia di comunicare, d’intelligenza.