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In Italia, c’è villa e villa.
Villa Arconati, a Castellazzo di Bollate (MI), secondo quanto ha potuto certificare il FAI, è una delle ville più amate dagli italiani, nonostante non sia in perfette condizioni di salute. Finalmente nel prossimo autunno dovrebbero partire i lavori di restauro, che non comporteranno mutazioni nelle volumetrie di villa e borgo. Da quando nacque il festival è mutata in parte anche la proprietà della villa, è stato inaugurato il nuovo polo fieristico di Rho/Pero, e questo ha contribuito non poco a convincere i proprietari ad investire sulla ristrutturazione (hanno chiesto un aiuto al Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, ma in ogni caso il progetto di ristrutturazione andrà avanti).
Verrà ristrutturato il giardino, nel parco proseguirà il festival, nella villa verranno allestite aree di servizio (bar, ristorante, sale convegni, aree destinate ad attività museali, ecc.), nel borgo ci saranno attività di arti e mestieri (dall’agricoltura alle botteghe artigianali, anche a fini educativi per le scuole). La proprietà cercherà anche di raccogliere parte degli oggetti della villa che tempo fa vennero messi all’asta, per rimetterli in mostra. L’accesso alla villa sarà ridisegnato: non si potrà più arrivare in auto, molto probabilmente verrà organizzato un servizio navetta con mezzi che rispettano l’ambiente.
Nel 2008 si terrà l’attesa edizione del ventennale del festival. Intanto la diciannovesima, organizzata da Comune di Bollate, Insieme Groane, con il sostegno della Provincia di Milano e il contributo di Fondazione Cariplo e della Regione Lombardia (Culture, Identità e Autonomie della Lombardia) e la partecipazione di diversi partner, si è chiusa con un bilancio positivo: oltre ventimila presenze, sei sold out su dieci concerti programmati, aperti da Mario Biondi, seguito fra gli altri da Henri Salvador e Mario Venuti, Pat Metheny e Brad Mehldau, Damien Rice, Pet Shop Boys, Fiorella Mannoia. Solita buona programmazione artistica, organizzazione di Ponderosa Music’n Art (Titti Santini), per un festival che funziona (gli incassi coprono i cachet artistici), in un bel posto dove il pubblico va volentieri ed esce contento.
Sono più di vent’anni che Neil Tennant e Chris Lowe sono in scena, coerenti, con un suono riconoscibile solo aggiornato, testi ironici, un velo di glamour molto pop su tutto. Cominciarono con “West End Girls” nel 1984, prodotta in una prima versione da Bobby “O” Orlando, poi registrata in una nuova versione (quella che conosciamo tutti) verso la fine dell’anno successivo, con la produzione di Stephen Hague.
Ieri la tensostruttura di Villa Arconati sembrava un club: tutti in piedi, per una serata di “electronic entertainment”, come l’ha presentata l’elegantissimo Neil Tennant. Palco praticamente vuoto, senza strumenti, a parte una tastiera Korg per Chris Lowe, ma è difficilissimo dire cosa lui suonasse realmente. Uno sgabello sulla sinistra, un fondale in tessuto, con quattro tubi luminosi al centro che possono muoversi, cambiano posizione, colore. Entrano tre coristi, due ballerini, bei costumi di scena, poi arrivano i due ragazzi, un po’ invecchiati: Tennant comincia cantare (su basi prevalentemente elettroniche, gran suoni), Lowe si piazza col suo berrettino alla tastiera e lì rimane per tutto il set, primo brano con la voce troppo fuori, poi mettono le cose a posto.
È stato come precipitare dentro un enorme juke box, pieno di brani pop, grandi melodie, tempi pari.
Colori prevalenti sul palco: fucsia, giallo, arancione, turchese, verde, viola, lilla, coi testa mobile posizionati in basso ai lati del palco spesso ad altezza d’uomo. Proiezioni sul fondale (immagine molto curata, elettronica, computer graphics, fotografica, cinematografica di repertorio), coreografie dal vivo o filmate. Primi quaranta minuti tiratissimi, poi l’unico slow della serata, settanta minuti per vedere comparire un mini set di batteria elettronica ed un basso sul palco, live! Un delirio, “Opportunities (Let’s Make Lots of Money)”, “Suburbia”, “It’a A Sin”, “Rent”, “Always On My Mind”, “West End Girls” tra gli altri brani. Una sorta di contraltare pop gaudente, inglese, caldo, postromantico, fluo, glamour, alla bollente freddezza dei Kraftwerk, stesso intrattenimento elettronico, godibile. Dopo un’indigestione di tempi pari, senza una chitarra, mi ci vuole almeno una mezz’ora di Frank Zappa, tempi dispari, Missing Persons e qualche rasoiata degli AC/DC!
Negli ultimi 5 anni ci sono stati pochi nuovi artisti capaci di proporsi con grande intensità espressiva: l’irlandese Damien Rice è uno di questi. Due album all’attivo, “O” del 2002) e “9” del 2006, tutti e due altamente consigliati, piccoli miracoli di registrazione casalinga, molto intimista, ben rifinita in studio. Non ero mai riuscito a vederlo dal vivo, però avevo sentito da Radio Uno Rai il concerto-showcase tenuto in perfetta solitudine a Milano (La Casa 139), nel corso del quale aveva perfettamente rispettato l’atmosfera dei suoi dischi; in rete ho visto brani di un concerto per la tv irlandese, col gruppo, Lisa Hannigan ancora presente, un set affascinante. Nel frattempo Damien Rice answered the call, ha risposto alla chiamata del concertone e ha partecipato a Live Earth.
Dal concerto a Villa Arconati mi aspettavo molto, sono rimasto parzialmente deluso: Rice, da solo, è impressionante, voce tagliente, capace di dolcezze struggenti, incredibili, alcuni brani sono dei veri capolavori, soprattutto se rapportati a tutto quello che viene pubblicato oggi. Quando entra il gruppo invece la credibilità è a rischio, non mi convince per niente, non c’è un suono di gruppo, il suono è Rice. Da un po’ di tempo non c’è più la splendida voce della Hannigan: hanno deciso di proseguire ognuno per proprio conto.
Lui apre il concerto da solo, chitarra e voce, un paio di brani, per scaldarsi; poi cominciano a entrare gli altri musicisti della band, prima la violoncellista (brava, ma quando canta è un disastro, letteralmente improponibile), poi il chitarrista (che ogni tanto si dedica al cajon, a un minimo drum set aggiunto), il bassista e il batterista (sostituito all’ultimo momento per un’urgenza del titolare). Rice s’alterna all’acustica, alla chitarra elettrica e al pianoforte, semplice, preciso, intonatissimo, anche nel falsetto. Ha due microfoni: uno “pulito”, l’altro “sporco”, che usa quando vuole effettare la voce, distorcendola, alcune volte registrandola e mandandola in loop; francamente, dovrebbe giocarci un po’ di meno, indulgere stanca. Lo stesso vale per alcune parti strumentali col gruppo: certi crescendo, per fermarsi e ricrescere ancora una volta tutti insieme rischiano di diventare moduli, troppo ripetitivi (tipo “me, my yoke and i”). “rootless tree”: effetto caciara.
Ciononostante qualche brividino lungo la schiena non è mancato: “9 crimes” cantata tutta da Rice al pianoforte, come pure “accidental babies”, “delicate”, il finale con “cannonball”, tutto acustico, praticamente suonato col P.A. chiuso e cantato col pubblico. Comincio ad andarmene all’inizio del bis, “the blower’s daughter”, straordinariamente intenso… can’t take my eyes off you… I can’t take my eyes off you… da sturbo. Buona notte, fa un caldo spaventoso, zanzare.
Bei CD quelli di Damien Rice.
È una storia veramente esemplare quella di Mario Biondi: dagli esordi, ancora ragazzino, in Sicilia, ai cori nei dischi degli altri, alla dance, fino alla definizione di un progetto artistico personale, intorno a una voce pressoché unica.
Quel progetto è rimasto nei cassetti di parecchie case discografiche… poi nel 2004 uscì il singolo “This Is What You Are” scritta con Alessandro Magagnini (chitarrista, produttore, arrangiatore) come Was-A-Bee, dopo è arrivato l’album “Handful of Soul” di Mario Biondi & The High Five Quintet (2006, Schema/distribuzione Family Affair), che ormai ha superato le 150.000 copie vendute, buon successo fra i download, premiazione al Midem di Cannes lo scorso gennaio, ecc. Un trionfo indipendente. Le major non lo volevano, adesso lo studiano…
Mario Biondi quest’estate è in tour con la Duke Orchestra, una formazione di 24 elementi (compresi gli High Five, con 14 archi, arpa, vibrafono, percussioni, 4 fiati, contrabbasso, pianoforte e batteria), brillantemente diretta da Alessandro Magagnini, un bel progetto che ho visto dal vivo alla quinta data, inaugurazione del 19° Festival di Villa Arconati (Castellazzo di Bollate-MI). Scenografia classica per uno show di questo tipo, musicisti tutti con un bel leggio, parte superiore (una mezza luna) colorata e illuminata, all’americana. Spettacolo di qualità: bei suoni, microfoni DOC, alcuni musicisti eccellenti (Fabrizio Bosso alla tromba e Daniele Scannapieco al sax su tutti), repertorio non pienamente azzeccato (svetta infallibile “This Is What You Are”, seguita da “No Mercy For Me” scritta sempre con Magagnini, bella la versione di “Just The Way You Are” di Billy Joel “alla Barry White”, “Slow Hot Wind” di H. Mancini, “Close To You” di B. Bacharach, “On A Clear Day”), bel P.A. (Adamson), piuttosto carenti invece le luci, fondale tristino, inferiore al resto. Potenzialmente però è una piccola bomba, riverita dagli ospiti eccellenti fra il pubblico. Considerata la sua lunga gavetta, sono felice che Biondi sia arrivato a poter fare un concerto così: se lo possono permettere in pochi/pochissimi. Tanto di cappello!
Se si sa gestire bene, può riuscire a diventare un fenomeno di rilevanza internazionale: dovrebbe cantare un repertorio tutto adatto alla sua voce, dove le sue caratteristiche spicchino, con qualche star vicino che gli faccia da testa di ponte, senza modificare il progetto. Lui è bravo ma non stratosferico, abile, non molto swingante. Non s'è inventato nulla: ha quella voce lì (tra Barry White, Gil Scott-Heron e – esagero – Louis Armstrong), è un signore elegante, educato, che ha scelto un suono preciso. Certo che se fosse pure swingante non lo fermerebbe più nessuno! Una mia amica, esperta del settore, mi faceva notare una sottile patina di provincialismo, per intenderci la stessa che ha sempre avvolto Spagna, in un campo musicale parzialmente diverso (ma un’altra parte del percorso coincide), che potrebbe risultare un freno.
In questo mercato disastrato, Mario Biondi è un’eccezione: evidentemente il prodotto giusto, nel momento giusto, nel modo più adatto, con una distribuzione indipendente alle spalle; qualche puntatina in tv adatta alle sue corde, le radio che hanno sposato il pezzo. Forza Biondi, così si fa!