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Mi pento e mi dolgo, con tutto il cuore, dei miei peccati…
Al debutto (il 12 luglio 2007 e nei giorni immediatamente successivi) non ci ho creduto molto, anche per il modo in cui è avvenuto, casual, come se ci fossero ancora dei lavori in corso, con una programmazione musicale deficitaria, limitata.
Ora, passato più di un anno, riconosco che il progetto sta in piedi. Artistic Director: Ringo. Head of Music: Marco Biondi. Responsabile Programmazione Musicale: Alex Benedetti.
Ovviamente il repertorio si è progressivamente arricchito, non mi dispiace. Il suono non è molto alternativo, ma gira: è una colonna sonora possibile. Personalmente gradirei più sorprese, suoni nuovi, sconosciuti, pillole, ma necessarie.
Le ultime rilevazioni Audiradio del quarto bimestre 2008 dicono che Virgin Radio è al 12° posto tra le radio italiane per ascolto, con oltre 1.800.000 ascoltatori al giorno medio, poco sopra la “mamma” RMC (in fase di calo), mentre ad esempio Radio Italia (con tutt’altra programmazione) è al 7° posto, con il doppio degli ascoltatori. Va considerato che Play Radio, l’emittente che sulle stesse frequenze ha preceduto Virgin Radio, in circa due anni non ha raggiunto neanche lontanamente questi risultati, seppure con un format diverso. Il concetto di radio “style rock”, no speaker (quasi), tutta musica, è gradevole.
Le rare volte che appare una voce non è discutibile tanto il contenuto quanto il modo, lo stile:
la rubrica “Rock In Translation – I grandi successi rock tradotti da Virgin Radio” per esempio viene declamata brutalmente da scarse voci, il prodotto è tecnicamente poco curato, persino le p delle volte sono sparate!
Ma un buon tecnico? Un minimo di antipopping? Imparare ad usare voce e microfono nooo?!?
Quasi lo stesso vale per “Music History”, con Paola Maugeri: è troppo didascalico, si sente che legge, scandisce le parole, cantilenante. Magari è uno stile voluto, ma suona male, risulta piuttosto sgradevole, finto. Strano, perché Paola Maugeri è brava ed esperta. Uno si chiede: perché diventa così quando fa il compitino di storia?
Neanche due anni fa nacque Play Radio, al posto di RIN. A fine giugno 2007 Play Radio ha terminato le trasmissioni. Lavori in corso. E il 12 luglio, alle 12, è nata sulle sue frequenze Virgin Radio, anzi meglio “vergin rediou”.
La chiusura di una radio, amata o meno dagli ascoltatori, non è mai una bella storia. Su questa in particolare, senza tirare in ballo inutilmente i gusti personali, qualche parola vale la pena di spenderla, proprio perché radio è bello, è un business maturo, il mezzo sta invecchiando, il mercato in Italia è saturo e apparentemente nessuno fa niente per cambiare la situazione, nessuno è veramente capace di farlo.
Luca Viscardi, indiscutibilmente un professionista esperto, con Play Radio (da lui diretta sin dagli esordi) si è ritrovato accanto RCS MediaGroup (di cui RCS Broadcast fa parte) e RCS radiofonicamente non è un buon editore (a parte le news). Che cosa avrebbe potuto fare Viscardi (e con lui tutti quelli che hanno lavorato a Play Radio)? Avrebbe potuto cambiare il destino di una radio nata male, da valutazioni quantomento discutibili? Non poteva finire diversamente da com’è finita, salvo sorprese che non si verificano di frequente. L’errore lo ha commesso l’editore.
La domanda fondamentale, secondo me, è questa: quando si vara il progetto editoriale di una nuova radio, che tipo di proposta si può fare? Dopo seguono altre domandine, da nulla: quale sarà il formato, quali i contenuti, con questi contenuti che raccolta pubblicitaria si potrà fare, quale sarà la concessionaria più adatta, saremo in concorrenza (stretta e/o diretta) con altre radio, saremo una radio “d’immagine” o “di contenuti”, quali sinergie si possono avere con gli altri mezzi dell’editore, ecc. Le risposte, accurate o meno, possono cominciare a fare la differenza fra una radio e l’altra.
RCS inizialmente con Play Radio predicava una radio diversa, naturalmente non al 100%, ma comunque differente in parte dalle altre. Purtroppo non è stato così: poco tempo a disposizione, forse poca volontà, incapacità, non saprei, giudico solo il risultato. Fatto sta che, messi da parte i gusti personali (musicali), le preferenze per un dj o per una voce, vorrei veramente sapere quale differenza c’era fra Play Radio e le altre.
Un’altra domanda: ha senso al giorno d’oggi fare una nuova radio come le altre? Probabilmente la risposta è no, ma gli editori radiofonici se la fanno sotto, hanno una fifa fregata d’investire in un progetto veramente diverso, perché il pubblico (quale?) vuole sempre quella cosa lì (quale? No, non quella che avete immaginato, un’altra…) e se non l’ottiene crolla l’ascolto, crolla la pubblicità. Allora morta una radio, se ne fa un’altra.
RCS nel 2007 non vuole uscire dal business radiofonico, in un certo senso insiste, desidera “presidiare” l’attività radiofonica (rimane lì, per vedere che cosa succede, lasciando fare ad altri, che forse è meglio)… e cede Play Radio, entra in Finelco, che trasforma Play Radio in Virgin Radio, una radio rock, con un marchio famoso al debutto in Italia, Richard Branson insieme agli esperti Hazan (e al socio RCS, che presidia col suo 34,6%). Direttore artistico: Ringo. A modo suo simpatico dj, pratico, ma di un’ignoranza abissale (parlo di cultura/conoscenza di base). Inutile formalizzarsi più di tanto: lui l’immagine ce l’ha, un minimo anche televisiva, ogni tanto fa l’opinionista (lavoro diffusissimo), è già in scuderia… si può fare. Una grande radio rock effettivamente manca. Che poi sia opportuno farla, questo è tutto un altro discorso, ma in ogni caso questa ipotesi di contenuto musicale è diversa da Play Radio, come da tante altre radio esistenti.
In due anni si è passati da RIN (finita sul web) a Play Radio, a Virgin Radio. Complimenti! Uno straordinario triplo salto mortale. Perché è stato possibile fare questo, mentre non è possibile fare una radio veramente diversa, che attualmente non c’è? Ognuno decide d’ammazzarsi (o di rischiare di farlo) come preferisce, investendo parecchio denaro.
Se il mercato è saturo, forse avrebbe senso fare scelte più coraggiose (non è roba da editori, a quanto pare…) e cercare di affermare nel tempo (minimo tre anni) un vero progetto che colmi alcune lacune (musicali, informative) delle radio già esistenti. Sento già le voci: ma insomma, che razza di radio vorresti? Ho una sola risposta: sicuramente non la radio che già posso ascoltare su un’altra frequenza, uguale a quella accanto e accanto ancora. Non è possibile ascoltare quasi sempre la stessa musica, tutto il giorno, 24 ore su 24, salvo rare e povere eccezioni, insieme a tante chiacchiere, spesso vuote, inutili. Sul resto (che è tanto), possiamo discutere, tentare di bilanciare contenuti, correndo dei rischi. Naturalmente non voglio neanche una radio d’immagine, rimpinzata di personaggi più televisivi che altro, che devono imparare ad avere un rapporto con un mezzo molto diverso e spesso finiscono per non saper fare radio, esattamente come non sanno fare teatro o altro. Sennò metteteci Fabrizio Corona a fare radio, magari una radio tutta sua, tanto con l’immagine che hanno contribuito a creargli (le connivenze sono peggio di lui) qualcuno l’ascolterebbe pure. Non vorrei rischiare di aver suggerito l’idea a qualcuno, che magari la mette pure in pratica! Non si sa mica come va il mondo: le sorprese, anche quelle più turpi, stanno dietro l’angolo.
E “vergin radiou”, in tutto questo? In bocca al lupo al suo “style rock”.
Ma una riflessione più seria e profonda sulla radio in generale, prima o poi, bisognerà pur farla, per cercare di capire se quello che sta succedendo è un caso oppure no. Mi piace la radio, ascolto di tutto, FM, web radio, ho le mie preferenze ma non sono esclusive: apprezzo tutto ciò che funziona, che mi trattiene all’ascolto, pur con delle preferenze, per cui sono irrimediabilmente destinato allo zapping radiofonico.
I ragazzi che ascoltano la radio stanno diminuendo? Non c’è ricambio generazionale nel pubblico della radio? Signori, è ovvio che sia così, in questa situazione “bloccata”, proprio come l’ineffabile politica italiana. Siamo bloccati. Gran democrazia! Evidentemente un popolo (i più) che ha deciso di non contare nulla. Con editori in crisi, tra i quali alcuni scarsamente capaci, come tante altre categorie d’imprenditori, di lavoratori. Dicevo editori, non investitori, badate bene!
È proprio il caso di dire che abbiamo le radio (e gli editori, e tante altre cose) che ci meritiamo. Mark Twain scriveva: “Tutto quello che ti occorre nella vita è ignoranza e fiducia; dopo di che il successo è sicuro”. Appunto!